Letture ANIMAte

Diamo Vita alle Storie!

les enfants

Cara Mamma, caro Papà,

se anche voi siete alla ricerca di un'attività divertente, educativa e stimolante per i vostri adorabili marmocchi, siete sulla pagina giusta!

I racconti da sempre sono il modo in cui i bimbi sperimentano nuove realtà immaginarie, vivono sogni e provano emozioni diverse.

Un racconto ti fa immaginare di volare, ti trasforma in una Fata o in un Supereroe. Un racconto migliora le proprietà di linguaggio e stimola la creatività ed il senso critico.

 Le letture AnimaTe sono un modo giocoso ed educativo per vivere i racconti, molto di più che un semplice laboratorio di lettura​!​

 I protagonisti indiscussi sono i bimbi che, seguendo la voce narrante, daranno vita alle parole ascoltate​ ​scoprendone i messaggi fondamentali​, ​animando in prima persona la storia attraverso il corpo ​con i suoi ​cinque sensi, i suoni, alcuni elementi della natura (es. foglie, acqua, terra), oggetti a tema (es. carta crespa, colori, materiali riciclati), strumenti musicali​ e, a volte, anche inventandone il finale.​

In questo modo​, guidati dalla figura di una psicologa-psicoterapeuta (la voce narrante),​ i bimbi si divertiranno imparando, affinando:

​​- il loro pensiero creativo

- la loro capacità di ascolto e di comprensione

- il rispetto dei turni e delle regole

- la socializzazione

​- l'interesse per la lettura​

- le abilità motorie e cognitive

come solo l'uso della Fantasia sa fare!

 bimbi felici

Per creare un ambiente il più stimolante possibile il gruppo sarà composto da un massimo di 5 piccoli partecipanti di età compresa tra i 3 ed i 6 anni.

La durata di un singolo incontro è di circa 1 ora e fino a Dicembre il costo è di 8€ (anziché 15€) per ciascun bimbo.

​Le Letture AnimaTe si tengono il Sabato mattina dalle 10,00 alle 11,00 presso il mio Studio di Roma Casal Bertone in via di Portonaccio (altezza via G. Arimondi​).

 

Per qualunque informazione non esitate a contattarmi!

Disturbi alimentari

I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARI (DCA)

disturbi alimentari

Introduzione

I problemi legati all’alimentazione vengono definiti in ambito medico Disturbi del Comportamento Alimentare - DCA e si riferiscono al disagio causato da un rapporto disturbato con il cibo e con il proprio corpo.

Si possono raggruppare in quattro tipologie principali:

  1. anoressia nervosa;
  2. bulimia nervosa;
  3. disturbo da alimentazione incontrollata (BED - Binge Eating Disorder);
  4. disturbi alimentari atipici (EDNOS - Eating Disorder Not Otherwise Specified, in italiano NAS - Non Altrimenti Specificati).

In alcuni casi è difficile distinguere nettamente tra anoressia e bulimia, perché queste due forme spesso si alternano o si sovrappongono. Ogni tipologia presenta inoltre delle varianti e delle sottotipologie, quali ad esempio l’ortoressia e il disturbo da dieta cronica (Dieting).

I Disturbi del Comportamento Alimentare possono causare seri problemi fisici, che sono reversibili, se il disturbo viene affrontato tempestivamente, ma quando la malattia non viene diagnosticata in tempi brevi diventano cronici e possono rivelarsi fatali. I DCA rappresentano oggi la prima causa di morte tra le giovani dai 12 ai 25 anni. Ogni anno si ammalano 500.000 ragazze e 1 su 10 muore.

Queste malattie hanno iniziato a manifestarsi in maniera intensiva nei paesi industrializzati dopo la seconda guerra mondiale, aumentando poi con grande rapidità a partire dagli anni ’70. Dagli anni ’90 i casi sono addirittura raddoppiati.

I soggetti più frequentemente colpiti sono le ragazze e le giovani donne in età compresa tra i 12 e i 35 anni, ma il fenomeno è in aumento anche tra la popolazione maschile.

Anoressia nervosa

Cos’è

L’anoressia nervosa è, insieme alla bulimia, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare. Le caratteristiche principali che la contraddistinguono sono il rifiuto del cibo e la paura ossessiva di ingrassare. Le persone anoressiche, spesso riconoscibili per l’eccessiva magrezza, ricorrono a diete drastiche o addirittura al digiuno totale pur di ottenere un calo del proprio peso corporeo.

L’anoressia viene ulteriormente suddivisa in due sottotipi:

  1. anoressia nervosa con restrizioni: si digiuna per mantenere il peso al di sotto della soglia minima;
  2. anoressia nervosa con abbuffate[1] e successive pratiche di eliminazione: si alternano al digiuno delle abbuffate incontrollate e si compensa l’eccessiva ingestione di cibo attraverso il vomito autoindotto, l’assunzione di lassativi o il ricorso a una frenetica attività fisica.

Alla base dell’insorgenza di tali disturbi ci sono una serie di fattori scatenanti, che creano l’illusione di poter spostare sul cibo il controllo che si pensa di non avere sulla propria vita. Le persone affette da questa malattia sono spesso insicure, eccessivamente preoccupate del giudizio altrui e perfezioniste. A tutto ciò si aggiungono:

  • difficoltà a relazionarsi con i propri familiari;
  • incapacità a rapportarsi con le persone;
  • insoddisfazione per il proprio aspetto fisico.

Anche i condizionamenti socio-culturali possono rivelarsi un fattore scatenante, proponendo modelli di donne magre e perfette fisicamente. In questo modo l’avvenenza e il successo risultano associati all’idea di magrezza, mentre il grasso corporeo si abbina, per pregiudizio, a personalità deboli e perdenti.

La malattia inizia spesso con una dieta: resistere alla tentazione del cibo rinforza il senso di autocontrollo e l’autostima. Se poi amici e conoscenti esprimono apprezzamenti per la forma fisica migliorata si è incoraggiati a continuare. Quando poi la dieta è troppo drastica, il corpo produce in quantità superiori alla norma un neurotrasmettitore chiamato serotonina, che funziona come sedativo sulla sofferenza fisica. Questa prima fase della malattia viene chiamata “luna di miele con l’anoressia”: ci si sente forti e vitali e si ha la sensazione di aver trovato il rimedio giusto per i propri problemi. Al contrario l’atto del mangiare viene vissuto come un fallimento. Ovviamente non tutte le persone che si mettono a dieta rischiano di ammalarsi di anoressia o bulimia, ma questo può accadere quando si associano eventi traumatici. Con il protrarsi della dieta la sensazione di benessere comunque scompare e cominciano a manifestarsi in maniera evidente i primi sintomi: depressione, fobia del cibo, percezione distorta dell’immagine del proprio corpo, paura d’ingrassare.

Sintomatologia

L’anoressia è molto difficile da diagnosticare, perché la sintomatologia si presenta in maniera piuttosto subdola e il malato ha la tendenza a nascondere la sua condizione o a negarne la gravità. Spesso passano mesi prima che il medico di base riesca a diagnosticare la malattia.
Esistono dei segnali che possono aiutare a formulare una diagnosi corretta:

  • eccessiva magrezza, con un indice di massa corporea[2] inferiore a 17,5;
  • paura d’ingrassare anche in presenza di un evidente stato di sottopeso. L’impressione che il peso non cali mai abbastanza è un assillo costante;
  • preoccupazione estrema per le forme corporee e percezione errata del proprio corpo. Nonostante l’eccessiva magrezza i soggetti anoressici si vedono sempre troppo grassi;
  • nei pazienti di sesso femminile amenorrea (ossia la mancanza del ciclo mestruale da almeno tre mesi consecutivi) oppure un ritardo dello sviluppo puberale.

Alcune delle conseguenze legate al protrarsi della malattia sono:

  • perdita del senso naturale di fame e sazietà;
  • fragilità ossea;
  • secchezza della cute;
  • insufficienza renale;
  • aritmie cardiache;
  • ipotensione e stati di debolezza;
  • disturbi del sonno;
  • intolleranza al freddo;
  • mancanza di zinco e perdita di sali;
  • carie dentaria;
  • cefalea;
  • aumento della predisposizione alle infezioni dovuto alla diminuzione dei leucociti nel sangue;
  • ipoglicemia;
  • dolori addominali e rallentato funzionamento di tutti gli organi legati alla digestione;
  • disturbi della crescita;
  • perdita di capelli;
  • crescita di una peluria diffusa, il cosiddetto languo;
  • atrofia del seno e dei testicoli;
  • diminuzione del desiderio sessuale o impotenza nei pazienti di sesso maschile;
  • sterilità;
  • astenia;
  • morte improvvisa.

Insorgono, inoltre, problemi di natura psichica quali ansia, depressione, sbalzi di umore, irritabilità, inquietudine, disturbi della concentrazione, perdita di interessi e tendenza all’isolamento.

Come si può curare

E' raro che si ottengano dei risultati in tempi brevi, ma se la diagnosi e il trattamento vengono effettuati tempestivamente e se il soggetto è motivato a farsi curare, le probabilità di guarigione sono maggiori.

La terapia può essere condotta a livello ambulatoriale se la malattia è a uno stadio iniziale, poiché, in questi casi, la perdita di peso non è tale da creare complicazioni mediche ed è preferibile non allontanare il paziente dal suo ambiente familiare. Quando invece il calo di peso è tale da mettere a rischio la vita stessa del malato è preferibile ricorrere al ricovero in ospedale o, nel caso di degenze prolungate, in cliniche specializzate nel settore dei disturbi psicosomatici. Il trattamento dovrebbe essere effettuato da un’équipe multidisciplinare, composta da medici, dietisti, psicologi e psicoterapeuti.

Gli interventi effettuati per curare l’anoressia sono di tipologia diversa:

  • psicoterapia: essa può prevedere varie forme di terapia individuale, familiare e di gruppo;
  • terapia farmacologica: l’uso degli psicofarmaci può rivelarsi utile per curare gli stati di depressione, ansia e fobia;
  • terapia nutrizionale: un dietista ha il compito di rieducare il paziente a uno stile di alimentazione corretto;
  • gruppi di auto-aiuto: sono d’aiuto al malato per portarlo ad avere consapevolezza di sé e a riconoscere il proprio disturbo;
  • colloqui con i genitori e i familiari per aiutarli a conoscere la malattia e sostenerli durante il percorso di cura del soggetto anoressico.

Bulimia nervosa

Cos’è

La bulimia nervosa è, insieme all’anoressia, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare. La sua caratteristica principale consiste in un’alternanza tra brevi digiuni, diete ferree e ingestione di una quantità smisurata di cibo. Il soggetto bulimico manifesta spesso un bisogno incontrollabile di assumere cibi altamente calorici. Non si mangia per il semplice gusto di farlo, ma per trovare conforto in momenti di depressione causati da alterazioni improvvise dell’umore, stati di ansia, stress. Le persone bulimiche generalmente non sono sotto-peso e anzi sono soggette a forti oscillazioni del peso corporeo da normale a sovrappeso.

La bulimia viene ulteriormente suddivisa in due sottotipi:

  1. bulimia nervosa senza pratiche di eliminazione: per perdere il peso acquistato ci si limita a digiunare o a praticare dell’esercizio fisico;
  2. bulimia nervosa con pratiche di eliminazione: per compensare l’abbuffata e ridurre il senso di sazietà si ricorre al vomito autoindotto e alll’uso di lassativi, diuretici e clisteri.

I fattori che possono provocare l’insorgere di questa malattia sono, prevalentemente, di natura psicologica e possono essere assimilati a quelli che sono alla base dell’anoressia.

Sintomatologia

Un soggetto è affetto da bulimia nervosa se manifesta i seguenti sintomi:

  • ricorso alle abbuffate almeno due volte alla settimana per tre mesi consecutivi;
  • utilizzo di comportamenti di compenso (vomito, lassativi, diuretici, enteroclismi, digiuno, esercizio fisico eccessivo) per prevenire l’aumento di peso;
  • preoccupazione eccessiva per il peso e per le forme corporee.

Per il soggetto bulimico l’abbuffata è una sorta di rituale programmato, mentre per il soggetto anoressico è qualcosa di improvvisato e saltuario. L’elemento più evidente per distinguere le due patologie è dato dal peso dei pazienti: sottopeso gli anoressici, normopeso o sovrappeso i bulimici.

Alcune delle conseguenze legate al protrarsi della malattia sono:

  • gonfiore alle ghiandole salivari e corrosione dei denti;
  • abrasione del dorso delle mani causato dal tentativo di indurre il vomito;
  • per i soggetti femminili possibili irregolarità del ciclo mestruale;
  • lesioni e infiammazioni dell’esofago;
  • dolori di stomaco;
  • crampi muscolari;
  • aritmie cardiache;
  • compromissione della funzionalità renale;
  • costipazione e flatulenza;
  • vertigini e disturbi della circolazione;
  • diminuzione dell’attività sessuale;
  • mal di gola.

Insorgono anche problemi di natura psichica quali depressione, alterazioni dell’umore, stati di ansia o di stress, irritabilità, inquietudine, disturbi della concentrazione, sensi di colpa e vergogna.

Come si può curare

Per curare la bulimia si utilizzano le stesse strategie degli interventi per l'anoressia:

  • psicoterapia: essa può prevedere varie forme di terapia individuale, familiare e di gruppo;
  • terapia farmacologica: l’uso degli psicofarmaci può rivelarsi utile per curare gli stati di depressione e di ansia;
  • terapia nutrizionale: un dietista ha il compito di rieducare il paziente a uno stile di alimentazione corretto;
  • gruppi di auto-aiuto: sono d’aiuto al malato per portarlo ad avere consapevolezza di sé e a riconoscere il proprio disturbo;
  • colloqui con i genitori e i familiari per aiutarli a conoscere la malattia e sostenerli durante il percorso di cura del soggetto bulimico.

Disturbo da alimentazione incontrollata (BED - Binge Eating Disorder)

Il disturbo da alimentazione incontrollata o BED - Binge Eating Disorder rientra a pieno titolo nelle patologie legate al comportamento alimentare.

Questo disturbo spinge il soggetto a compiere grandi abbuffate, in modo veloce e vorace, fino a raggiungere la completa sazietà. Esso è associato a forme di sovrappeso e a un’insorgenza precoce dell’obesità (con un indice di massa corporea superiore a 30). Esiste infatti una stretta correlazione tra queste due patologie: il BED colpisce circa il 30% dei soggetti obesi con una storia dietologica fallimentare. L’insorgenza può verificarsi in un periodo compreso tra la tarda adolescenza e i 40 anni.

Un soggetto affetto da BED manifesta i seguenti sintomi:

  • ricorso alle abbuffate almeno due volte alla settimana per 6 mesi consecutivi;
  • assenza di comportamenti di compenso sistematici;
  • preoccupazione per il peso e le forme corporee;
  • insorgenza precoce di forme di obesità;
  • scarsa autostima;
  • stati di depressione.

Gli episodi di alimentazione incontrollata sono associati alle seguenti caratteristiche:

  • mangiare molto rapidamente grandi quantitativi di cibo anche in assenza di appetito;
  • mangiare prevalentemente in solitudine a causa del senso di disgusto, disagio e imbarazzo causato dalla perdita di controllo sul cibo;
  • sentirsi in colpa dopo le abbuffate.

A scatenare l’abbuffata, che avviene solitamente fuori dai pasti principali, è quasi sempre un’emozione molto forte.
Si pensa che il BED sia legato a uno stato depressivo del soggetto, anche se non è chiaro se sia la depressione a innescarlo o il contrario. In ogni caso, l’abbuffata è un modo per riempire un vuoto interiore. Capire le cause è dunque molto importante per scegliere la terapia più adatta. Essa consiste prevalentemente nella combinazione di cure farmacologiche (antidepressivi) e psicologiche.

Sindrome dei mangiatori notturni (NES - Night Eating Syndrome)

Disturbo analogo è la sindrome dei mangiatori notturni o NES - Night Eating Syndrome, che presenta le stesse caratteristiche della sindrome da alimentazione incontrollata, con l’unica differenza che le abbuffate avvengono di notte. Nei soggetti affetti da questa sindrome si riscontra di solito un' inversione del ritmo ormonale giorno-notte (melatonina che influisce sul sonno e leptina che influisce sull'appetito). In sostanza, chi soffre di NES non sarebbe altro che un soggetto affetto da Binge Eating Disorder con ritmo giorno-notte invertito. Anche in questo caso si possono ottenere buoni risultati con le stesse cure impiegate per la sindrome da alimentazione incontrollata.

Disturbi Alimentari Atipici (EDNOS - Eating Disorder not Otherwise Specified o NAS - Non Altrimenti Specificati)

I Disturbi Alimentari Atipici sono caratterizzati dalla presenza di forti anomalie nel comportamento alimentare, ma non rientrano nella classificazione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali - DSM[3]. La presenza di sintomi e comportamenti simili a quelli riscontrabili anche nei disturbi alimentari fa sì che talvolta la diagnosi possa rivelarsi errata. Identificare un disturbo atipico e soprattutto non confonderlo con un altro disturbo del comportamento alimentare è di fondamentale importanza per intraprendere una terapia appropriata.

Questa categoria comprende:

  • patologie simili all’anoressia o alla bulimia, che vengono definite anche sindromi parziali o disturbi sotto soglia, perché mancano di uno o più criteri fondamentali richiesti per la diagnosi;
  • una serie di malattie ancora non completamente definite e delineate.

Si riporta di seguito una breve descrizione delle principali patologie ritenute atipiche:

  • la sindrome “mastica e sputa” (chewing and spitting): si masticano grandi quantità di cibo che poi non viene deglutito;
  • il disturbo da dieta cronica (dieting): caratterizzato da un controllo esasperato del peso e da una costante attenzione alla dieta. Le persone che controllano in questo modo il loro peso svolgono apparentemente una vita normale, ma le esigenze della dieta sono molto condizionanti, per cui può risultare problematico anche solo uscire a cena con gli amici;
  • l'ortoressia: è una forma di attenzione eccessiva alle regole alimentari. Si sceglie di alimentarsi solo con cibi che si considerano salutari o dai quali si possono trarre reali o presunti benefici. Può essere dovuta alla paura, a volte maniacale, di ingrassare o di non essere in perfetta salute;
  • vigoressia/bigoressia o dismorfismo muscolare (nota anche come "anoressia inversa"): colpisce prevalentemente i ragazzi e si manifesta quando c’è un’attenzione ossessiva per la forma fisica e lo sviluppo dei muscoli;
  • l’emetofobia: si teme di vomitare o di vedere altri farlo, per questo motivo si mangia meno e si dimagrisce;
  • l'anginofobia: si ha paura di deglutire e rimanere soffocati. Spesso, non viene diagnosticata sino ai 12/13 anni d’età. I soggetti che ne sono afflitti vivono un dramma quotidiano, in particolare, al momento dei pasti. Il malato vede nel cibo un nemico e soffre regolarmente di attacchi di panico.

Fonte: IGPiemonte

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Studenti di Psicologia

Diventare psicologo: università e carriera. 

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Università

Dopo aver frequentato una scuola superiore, chi vuole diventare psicologo deve iscriversi alla facoltà di psicologia. Tra le migliori università, secondo la classifica del Censis 2015, ci sarebbero Torino, Bologna, seguita da Trento, Padova...

L’ammissione ai Corsi di Laurea di 1° livello in genere avviene mediante una prova di selezione. L’ammissione ai Corsi di Laurea specialistica, dopo la laurea di 1° livello, avviene mediante una valutazione del curriculum.

I primi anni di studio sono uguali per tutti e si studiano materie come psicologia generale, pedagogia, sociologia e neuroscienze. Nel biennio successivo lo studente sceglierà di approfondire un indirizzo tra psicologia clinica, sociale, del lavoro,ecc.

Durante i cinque anni di università sono previsti dei tirocini in collaborazione con strutture pubbliche o private. Per poter accedere all’Esame di Stato, tutti i laureandi o laureati devono svolgere un tirocinio annuale presso strutture ritenute idonee dall’Autorità Accademica, d’intesa con il competente Ordine degli Psicologi.

L’ultima tappa quindi è l’Esame di Stato che consente di iscriversi all’Ordine degli psicologi ed affacciarsi così al mondo del lavoro.

Esame di Stato

Gli Esami di Stato per l’abilitazione all’esercizio delle professioni si svolgono due volte all’anno.

Ci sono due livelli distinti di esami di stato, a cui corrispondono due distinte sezioni negli Albi:
Esame Sezione A: cui si accede con titolo di laurea specialistica (biennale o a ciclo unico);
Esame Sezione B: cui si accede con titolo di laurea di 1° livello o con diploma universitario triennale.

L’esame di stato per la tipologia A è articolato nelle seguenti prove:

a) una prima prova scritta sui seguenti argomenti: aspetti teorici e applicativi avanzati della psicologia; progettazione di interventi complessi su casi individuali, in ambito sociale o di grandi organizzazioni, con riferimento alle problematiche della valutazione e dello sviluppo delle potenzialità personali;
b) una seconda prova scritta sui seguenti argomenti: progettazione di interventi complessi con riferimento alle problematiche della valutazione dello sviluppo delle potenzialità dei gruppi, della prevenzione del disagio psicologico, dell’assistenza e del sostegno psicologico, della riabilitazione e della promozione della salute psicologica;
c)una prova scritta applicativa, concernente la discussione di un caso relativo ad un progetto di intervento su individui ovvero in strutture complesse;
d) una prova orale sugli argomenti della prova scritta e su questioni teorico-pratiche relative all’attività svolta durante il tirocinio professionale, nonché su aspetti di legislazione e deontologia professionale.

Il tipo B si svolge con:

a)una prova scritta vertente sulla conoscenza di base delle discipline psicologiche e dei metodi di indagine e di intervento;
b) una seconda prova scritta vertente su discipline e metodi caratterizzanti il settore;
c) una prova pratica in tema di definizione e articolazione dello specifico intervento professionale all’interno di un progetto proposto dalla commissione;
d) una prova orale consistente nella discussione delle prove scritte e della prova pratica, e nella esposizione dell’attività svolta durante il praticantato, nonché su aspetti di legislazione e deontologia professionale.

La Scuola di Specializzazione

Ma lo studio non finisce qui. Dopo l’Esame di Stato, lo psicologo può iscriversi ad una Scuola di Specializzazione, che rappresenta un percorso il cui obiettivo è di fornire conoscenze e abilità per lo svolgimento di funzioni altamente qualificate come lo psicologo clinico e della salute.

Le scuole di Specializzazione hanno diversi orientamenti e ce ne sono di pubbliche e private.

La durata della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica in genere è di quattro anni. Possono essere ammessi alla Scuola i laureati in Medicina e Chirurgia e Psicologia, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione. L’ammissione alla Scuola viene effettuata mediante concorso per titoli ed esami.

Lo Psicologo clinico

Lo psicologo clinico  è uno psicologo  che ha frequentato il corso quadriennale post universitario in Psicologia Clinica, conseguendo il titolo di specialista. Opera principalmente nelle strutture sanitarie pubbliche e/o private, ma anche privatamente a tempo pieno come libero professionista. Lo psicologo clinico è specialista nella psicodiagnosi, nella somministrazione dei tests, nel counseling, nell’orientamento e nell’organizzazione situazionale, sia nella normalità che nella patologia. Lo strumento principale usato dagli psicologi clinici è il colloquio.

Lo Psicoterapeuta

Lo psicoterapeuta è una figura differente. Il suo lavoro consiste nel fornire un aiuto per risolvere problemi psicologici e disturbi mentali, favorire un cambiamento a livello psicologico e comportamentale. Oltre alla laurea in psicologia, o in medicina, e all’iscrizione all’Ordine degli Psicologi, ha una specializzazione post universitaria di almeno quattro anni ed ha sperimentato obbligatoriamente la posizione di paziente in terapia, sottoponendosi ad una propria analisi personale. Dal terzo anno di specializzazione, il professionista è abilitato alla psicoterapia in supervisione, ma per poter esercitare la propria professionalità al termine della specializzazione dovrà essere iscritto nell’Elenco degli Psicoterapeuti del proprio Ordine regionale di appartenenza.

Lo Psicologo del Lavoro

Il percorso dello psicologo del lavoro è prevede la laurea in psicologia del lavoro ed approfondisce il funzionamento delle imprese. Deve avere competenze specifiche sulla selezione, la valutazione e lo sviluppo del personale con buone doti comunicative.

Fonte: Biancolavoro

Articolo: 5 lavori per chi è laureato in Psicologia 

...Le cinque storie che vi proponiamo sono di donne che hanno coronato il loro sogno: fare un lavoro appassionante con una laurea in psicologia. Dopo lingue, è questa la facoltà col più alto tasso di donne sul totale dei laureati (83,2%), secondo uno studio pubblicato nel 2014 da AlmaLaurea.

Elena Giulia Montorsi, 31 anni, psicologa sportiva
Laurea: psicologia, Università di Pavia (2008), Master in Psicologia dello Sport, Milano (2008), Scuola di specializzazione in psicoterapia per adolescenti e giovani adulti, Milano (2012)

Come sei arrivata a ricoprire questo lavoro?
“Quando sono diventata psicologa e mi sono iscritta all’albo, ho subito puntato alla libera professione, ho preso uno studio in affitto una volta a settimana e ora, a distanza di sei anni, ho un mio studio a Milano e punto ad aprirne un altro a Roma ottimizzato per la psicologia dello sport. Sono fiera del mio percorso perché ho lavorato duramente per arrivarci. So anche che dove sono adesso è uno dei campi base della scalata: per arrivare a essere sempre più capace ho ancora molta strada da fare. Esattamente come nello sport, il trucco è non pensare agli errori come a un fallimento, ma come un’opportunità di crescita”

In cosa consiste il tuo lavoro?
“Mi occupo della formazione degli allenatori in aula e sul campo. E seguo atleti dagli undici anni in poi che hanno difficoltà nella gestione delle emozioni, lavorando anche con la loro famiglia e l’equipe sportiva. Con gli atleti professionisti lavoro sull’ottimizzazione del potenziale e delle risorse mentali, se necessario anche con video chiamate. Il mio sogno? Seguire gli atleti alle Olimpiadi di Rio. Quest’anno ne ho accompagnati alcuni agli Europei e ai Mondiali. Mi sposto spesso: con gli atleti sono più io a viaggiare per raggiungerli che loro a venire da me”.

Cosa ami di questa attività? 
“Ho fatto gare sportive per molti anni e amo l’ambiente agonistico. Ogni atleta per me è interessante, fonte di insegnamento. A volte mi chiedo quanto loro facciano bene a me”.

La maggiore soddisfazione? 
“Quando alcuni miei sportivi sono saliti sul podio agli europei e ai mondiali”

Chi non potrebbe fare quello che fai tu? 
“Chi non ha empatia, non ama interagire con le persone e non ha etica”.

Ti soddisfa la retribuzione? 
“Molto. Agli inizi ho fatto la gavetta, ma ora sono molto serena e finalmente da qualche anno sono in attivo”

Quante ore lavori? 
“Dipende dal periodo: la scorsa estate, fra Mondiali ed Europei, non ho fatto un giorno di ferie. Sono capace di lavorare sette giorni su sette, con gli atleti ci sono molte esigenze. Se dovessi fare una media direi tra le sette e le dieci ore al giorno. Questo è il momento della mia carriera in cui devo costruire le fondamenta del futuro: o investo adesso o sarà troppo tardi”.


Monica Luci, 41 anni, psicoterapeuta presso il Consiglio Italiano per i Rifugiati 
Laurea: psicologia clinica e di comunità, Università di Roma (2002); specializzazione in psicoterapia, Roma (2009) e in psicoanalisi junghiana, Roma (2014).

Come hai ottenuto il lavoro?
“Ho iniziato nel 2004 collaborando come volontaria in un ambulatorio dell'ospedale S. Giovanni Addolorata che si occupava di vittime di tortura inviate dal Cir. Dopo un anno è partita la collaborazione”.

In cosa consiste il tuo lavoro?
“Incontro gli utenti più vulnerabili che si rivolgono al Cir e che mi vengono segnalati. Nei casi più gravi, strutturo un percorso di psicoterapia con incontri regolari e un lavoro più profondo sui traumi vissuti, come torture, prigionia con trattamenti disumani, coinvolgimento in situazioni di battaglia, traumi vissuti durante il viaggio, in cui a volte rischiano la vita nel deserto o in mare oppure sono rapiti e torturati da bande per avere un riscatto dai familiari. Si lavora anche sull'elaborazione di lutti, di familiari o riguardanti perdite di status socio-economico e di relazioni legate alla migrazione”.

Quali sono le qualità di questa attività? 
“La grande ricchezza e profondità delle relazioni che si instaurano. Si ha l'impressione di lavorare al fondo dell'umano”.

La più grande soddisfazione che hai avuto? 
“Quando hanno iniziato a migliorare le condizioni psicologiche di un paziente da tutti considerato 'senza ritorno'”.

A quali persone non è adatto? 
“A chi non ha fatto almeno un'analisi personale, non ha forti motivazioni e fa questo come unico lavoro: dopo qualche tempo ci si ritroverebbe in burnout. Per questo esercito anche in uno studio privato”.

Ti soddisfa la retribuzione?
“Certamente non è proporzionata alla dimensione del lavoro svolto”.

Quante ore al giorno lavori? 
“Molte, attualmente anche dieci o dodici. Non tutte con le vittime di tortura, naturalmente”.



Ilaria Barbieri, 32 anni, criminologa 
Laurea: psicologa clinica e forense, Università di Napoli (2006); perfezionata in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiler, Accademia internazionale di scienze forensi, Roma (2012), e in ricerca e repertamento tracce sulla scena del crimine, Raset, Roma (2013).

Come sei arrivata a fare la criminologa? 
“La mia forte determinazione, la mia curiosità e l'amore per la verità mi hanno spinto verso un ulteriore campo di ricerca e formazione oltre la laurea: la criminologia”.

Dove trovi la soddisfazione maggiore? 
“Nell'affrontare casi complessi come lo stalking, gli abusi sessuali, gli scenari di omicidio. I casi che trattano gli abusi sui minori sono i più complessi e quelli professionalmente più stimolanti per la costanza che richiedono nel raggiungere la verità e per l’aiuto che si può offrire alle vittime”.

In cosa consiste la tua attività? 
“Sono responsabile dello sportello antistalking di Napoli e consulente e psicologa del Telefono Rosa di Napoli. Ogni giorno combatto con storie difficili di donne maltrattate, nell’animo e fisicamente. Come consulente tecnico del Tribunale di Napoli mi occupo di molti casi di affidamento di minori in cause di separazione”.

La qualità di questo lavoro? 
“Lo adoro perché mi permette di conoscere a fondo le persone, nei loro lati più oscuri”.

Chi non potrebbe farlo? 
“Chi non ha una gran forza d’animo o pensa di doverlo fare solo per guadagnare, o che prima di affrontare i lati oscuri altrui ha paura di guardarsi dentro”.

Ti soddisfa la retribuzione? 
“Di solito la mia è una professione ben pagata, ma i tempi sono quelli che sono e purtroppo non sempre è così. Se all’inizio della mia carriera accettavo paghe misere per prestazioni che valevano molto di più, oggi valuto bene cosa mi propongono ma cerco anche di ampliare più ambiti per far aumentare le possibilità lavorative”.



Erminia Fiorentino, 25 anni, dottoranda di ricerca presso le Università di Napoli ed Edimburgo 
Laurea: psicologia cognitiva, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli (2013), Master in Metodi di ricerca in psicologia cognitiva, Università di Stirling, Scozia (2014).

Come sei arrivata a ricoprire il tuo attuale lavoro?
“La passione per la materia è il motore principale. E nella mia università hanno avuto fiducia nelle mie capacità”.

In cosa consiste?
“Comporta fare ricerca, studiare e indagare le funzioni della mente umana, perlopiù attraverso il metodo sperimentale. Mi occupo nello specifico di memoria ed emozioni e del ruolo che ricoprono nella nostra vita”.

Quali sono le qualità di questa attività?
“La possibilità di scoprire come funzioniamo e perché agiamo in determinati modi. Inoltre, la natura internazionale del dottorato di ricerca permette di viaggiare e fare esperienza in laboratori e dipartimenti all’avanguardia”.

La tua maggiore soddisfazione?
“Sto costruendo tutto da sola, alla faccia delle 'parentopoli' e della mancanza di meritocrazia che affligge spesso il nostro Paese”.

Chi non potrebbe fare questo lavoro? 
“Non lo consiglierei a chi non ha una propensione allo studio, una innata curiosità, un interesse per la ricerca e la voglia di scoperta. A chi non ha intuizioni e fame di conoscenza”.

Ti soddisfa la retribuzione? 
“Certo, sono molto soddisfatta. A 25 anni sono economicamente indipendente”.

Quante ore al giorno lavori? 
“Non ci sono orari prestabiliti ma scadenze da rispettare. Ci sono giornate in cui studiando non mi rendo conto delle ore che passano e altre in cui analizzando i dati capita di trascorrere la notte in laboratorio. Ma questo non mi pesa: sono mossa da interesse e passione per quello che faccio”.



Dora Aliprandi, 36 anni, psicologa dei disordini alimentari 
Laurea: psicologia, Università di Milano (2004), Master in mediazione, Milano (2006), diploma di psicoterapia, Milano (2011)

Come sei arrivata a ricoprire il tuo lavoro? 
“Al secondo anno di università, Fabiola De Clercq (autrice per Rizzoli di "Fame d'amore" e "Donne invisibili" e fondatrice di Aba, associazione bulimia e anoressia), che già conoscevo di fama, ha tenuto una conferenza sull'approccio di Aba alla sofferenza psichica nei disturbi alimentari e alle dipendenze. Ho capito subito di voler fare un'esperienza nella sua associazione. Così ho fatto un tirocinio, poi sono diventata borsista, infine psicologa e terapeuta”.

In cosa consiste il tuo ruolo? 
“In Aba effettuo terapie individuali e di gruppo con persone che soffrono di disturbi alimentari e sono responsabile del lavoro di prevenzione nelle scuole. Mi occupo anche di formazione”.

Quali sono le qualità di questo lavoro?  
“La possibilità di mettersi in discussione, un costante confronto con i colleghi e l'opportunità di entrare in contatto con l'altro e con la sua sofferenza in maniera empatica e non giudicante”.

Qual è la tua maggiore soddisfazione? 
“La provo ogni volta che persone sofferenti con cui lavoro iniziano ad aprirsi alla vita”.

Chi non potrebbe fare questo lavoro? 
“Qualcuno privo di un profondo interesse per l'essere umano e non capace di mettersi in relazione e in discussione”.

Ti soddisfa la retribuzione? 
“Molto”.

Quante ore al giorno lavori? 
“Circa otto”.

Fonte: Repubblica

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Educazione

GENITORI EFFICACI EDUCARE FIGLI RESPONSABILI, DI THOMAS GORDON 

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"Genitori efficaci. Educare figli responsabili" di Thomas Gordon, psicologo clinico di scuola umanistica, presenta un sistema completo, teorico e pratico insieme, per imparare a gestire problemi e conflitti in ambito familiare. Nato dalla rielaborazione delle esperienze educative avviate dall’autore negli Stati Uniti già negli anni Settanta con i corsi P.E.T. (Parent Effectiveness Training), intende proporre un metodo che, attraverso le pratiche educative del rispetto, dell’ascolto e della collaborazione nella soluzione di conflitti e problemi, consenta alla famiglia di divenire un creativo spazio di democrazia basato sul profondo rispetto dell’essere umano e delle sue capacità d’autorealizzazione. Essere un genitore efficace vuol dire, dunque, nella prospettiva della psicologia umanistica di cui Gordon si fa portatore, acquisire una serie di tecniche e modalità relazionali tali da garantire la crescita dell’autonomia e autodeterminazione del proprio figlio...

...Sia che il genitore s’imponga in modo autoritario, sia che adotti la classica formula del laissez faire, per Gordon si preclude la possibilità di condurre un positivo dialogo con i propri ragazzi e di aiutarli effettivamente a superare problemi emotivi o comportamenti disadattati. Un approccio educativo autoritario, infatti, al più li forzerà ad assumere i comportamenti prescritti, ma probabilmente non li influenzerà profondamente impedendo la necessaria e proficua assimilazione di una lezione di vita. Soprattutto nell’età adolescenziale, un “regime” molto normativo potrebbe sortire atteggiamenti d’insubordinazione e ribellione o promuovere un comportamento sottomesso, timoroso e nervoso che tenderà a ridurre le competenze sociali del futuro adulto. Una modalità permissiva che porta sistematicamente il genitore a cedere alla pressione del figlio, invece, condurrà il ragazzo fondamentalmente all’egoismo e all’egocentrismo, ritardando notevolmente il suo processo di crescita e d’assunzione di responsabilità.

Entrambe questi modi, seppur di segno opposto, sono dunque diseducativi poiché, invece che rafforzare la capacità di autorealizzazione e responsabilizzazione proprie d’ogni individuo, pongono il ragazzo in una posizione down rispetto la quale il genitore può esercitare un assoluto potere di controllo, giudizio e determinazione. Nella disanima dei modi impiegati dai genitori per rivolgersi ai propri figli, l’autore individua per l’esattezza 12 risposte distruttive sistematicamente utilizzate da loro e che veicolano indiscriminatamente messaggi sostanzialmente negativi. Ovvero:

1) dare ordini, comandare; 2) mettere in guardia, minacciare; 3) esortare, moralizzare; 4) consigliare, suggerire; 5) insegnare, persuadere; 6) giudicare criticare, opporsi, biasimare; 7) elogiare, assecondare; 8) etichettare, ridicolizzare, umiliare; 9) interpretare diagnosticare, analizzare; 10) rassicurare, consolare; 11) inquisire, indagare; 12) minimizzare, distrarre, cambiare argomento.

Questi tipi di risposte, come sarà facilmente deducibile semplicemente assumendo che qualcuno indirizzi a noi frasi di quel tenore (“Secondo me dovresti…”, “Vai immediatamente….”, “E’ perché tu così proietti…”, “Devi capire che… ”, ecc.) possono comunicare al figlio che i suoi sentimenti o bisogni non sono considerati importanti; possono suscitare in lui sensi di colpa o d’inadeguatezza, una riduzione dell’autostima, o scatenare risentimento e rabbia; potrebbero indurlo a mettersi sulla difensiva, ad interrompere la comunicazione rendendo vana qualsiasi forma di collaborazione, a ritirarsi in un’introversione assoluta o ad essere servile e adulante dipendendo totalmente dalle direttive del genitore. Per Gordon allora, occorre modificare l’approccio, uscire dalla logica del “perdi o vinci” e assumere quella del “io vinco e tu vinci”; apprendere ad usare risposte terapeutiche, ovvero ad impiegare una prassi comunicativa ben più efficace che si avvalga degli strumenti fondamentali che la psicologia e le scienze umane hanno messo a nostra disposizione.

Il presupposto per l’instaurarsi di un rapporto genitori/figlio positivo, esattamente come nei rapporti di aiuto di tipo terapeutico, dovrebbe essere allora l’abbandono da parte del genitore-consulente di un orientamento direttivo e valutativo a favore piuttosto di un contatto e “un legame caratterizzato da calore umano, interesse, rispondenza, grado d’attaccamento emotivo chiaramente e precisamente delimitato” . Una comunicazione non direttiva e accettante, insomma, che offrendo comprensione, rispetto e calore conduca il figlio-cliente ad una sorta di alleanza terapeutica , presupposto fondamentale per una significativa “crescita” della relazione. La comprensione empatica dell’altro, ovvero la “capacità di identificarsi con l’altro e vedere il mondo dal suo punto di vista mantenendo la consapevolezza della propria identità” , diviene allora la chiave di volta di una comunicazione efficace fondata fondamentalmente più che sulla capacità oratoria, sulle fondamentali capacità di ascolto e osservazione dell’altro. Saper ascoltare l’altro, comprenderlo, aiutarlo a meglio farsi intendere, sono le abilità che tenta di insegnare Gordon per formare genitori efficaci. L’autore delinea e descrive con profusione d’esempi un insieme di tecniche di ascolto che noi qui elencheremo con il contributo di altri testi di più stretta pertinenza disciplinare al counseling. Una delle modalità di ascolto più facilmente collegabili al senso comune del verbo “ascoltare”, che nel linguaggio quotidiano indica una attività circoscritta all’udito, è senz’altro quella dell’ascolto passivo. Nell’ascolto passivo fondamentalmente ci si astiene dal parlare non senza comunicare all’altro il piacere di ascoltare quanto egli sta dicendo con un sorriso, uno sguardo, o quelli che Egan definisce “incoraggiamenti minimali” come mormorii (es.“mh-mmh”) e gesti non verbali (es. annuire con la testa). Importantissimo nell’ascolto passivo è, dunque, il contatto visivo e l’uso del linguaggio del corpo, in particolar modo ha grande rilevanza, per esprimere interesse e reazioni emotive, la mimica facciale. Questa modalità d’ascolto consente al figlio di esprimere le sue sensazioni, le sue emozioni in un clima d’accettazione, che predispone alla crescita e al cambiamento. Un altro tipo di ascolto è associato a frasi-invito, del tipo: "capisco", "davvero?", "ma guarda …". Nella comunicazione questi sono come dei segnali di via libera che invitano a parlare, a raccontare. Ma il piacere di ascoltare può essere espresso anche in modo verbale con un “raccontami com’è andata”, “parla pure, ti sto ascoltando”, “dimmi cosa pensi di questa cosa”, ecc. E’ un modo un po’ più direttivo, ma comunque esprime rispetto e considerazione. Se un ragazzo si sente libero di esprimersi (e non giudicato, rimproverato, consigliato, minacciato e via dicendo) riesce a parlare di sé, dei suoi errori, cerca di capirne le cause ed a volte trova anche le soluzioni. E’ da evidenziare in ogni caso che solitamente in ambito terapeutico è sconsigliato fare un eccessivo ricorso alle domande. Anche se possono essere un’utile guida per orientare il discorso dell’altro e aumentarne la chiarezza, esse possono mettere l’altro sulla difensiva o orientare troppo la sua libera espressione bloccando l’effluvio della confidenza. Nel caso si ritenga opportuno farne uso, è raccomandabile evitare domande chiuse che vincolano ad una risposta circostanziata e preferirgli domande aperte che non hanno risposta diretta, ma richiedono piuttosto che l’interlocutore le sviluppi, le elabori, le completi. Nella pratica dell’ascolto è inoltre basilare soffermarsi sugli aspetti non verbali della comunicazione (CNV) che possono tradire contenuti emotivi non esplicitati verbalmente. Ciò che insegna puntualmente a fare Gordon è, infatti, di non fissare l’attenzione solo sul contenuto intellettuale della comunicazione, ma piuttosto sui sentimenti ed esperienze presenti, sia rispetto ai sentimenti ovvi ed espliciti, sia rispetto ai sentimenti ed esperienze solo accennati e non evidenti. Occorre cioè decifrare i sentimenti nascosti. Le pieghe in cui si nasconde il senso emozionale della comunicazione sono solitamente quelle del corpo e della mimica. Fondamentale è osservare i canali non verbali come l’espressione facciale, la gestualità, la cinesica e prestare particolare attenzione agli aspetti paralinguistici della comunicazione come il tono e la ritmica dell’eloquio ecc.

Parallelamente all’ascolto più ricettivo ma fondamentalmente passivo appena descritto, Gordon introdurre il genitore anche ad una modalità di ascolto ben più partecipata dando consigli sull’uso dell’ascolto attivo. Nel concetto d’ascolto attivo rientrano tutte quelle strategie che permettono di migliorare il contatto con l’altro e di ottenere da lui/lei ulteriori informazioni per meglio comprenderlo. Fondamentale a tal scopo è la capacità di riformulare con altre parole ciò che l’altro, in questo caso il figlio, ha inteso dire parafrasando letteralmente il contenuto della comunicazione .

Questo consente al genitore: 1) di dimostrare al figlio di averlo ascoltato attentamente; 2) di cercare un feedback sul proprio livello di comprensione del ragazzo. Ma soprattutto per Gordon è opportuno che il genitore rifletta i sentimenti del figlio, in altre parole traduca verbalmente il contenuto emozionale e sentimentale implicito nella comunicazione del ragazzo.

Questo: 1) promuove all’interno della relazione l’empatia e l’intimità; 2) rende il figlio più ricettivo poiché si rende conto che dall’altra parte vi è un genitore che accetta il proprio stato d’animo; 3) alimenta la fiducia reciproca. E’ necessario dire che nell’attuare la tecnica della riformulazione e della “riflessione” è bene utilizzare sempre: 1) messaggi in prima persona (es. “Mi sembra che tu sia molto arrabbiato”); 2) la formula dubitativa (es. “mi sembra che tu sia molto arrabbiato”) che rilancia all’altro la palla permettendogli di confermare o disconfermare quanto è stato dedotto dall’ascoltatore e quindi di approfondire ulteriormente le implicazioni del proprio discorso. Talvolta, invece, sarà utile da parte del genitore riassumere quanto è emerso all’interno di una conversazione individuando pochi punti o temi su cui concentrare le osservazioni nel seguito dell’interazione. A tal fine può essere opportuno anche realizzare degli schemi esemplificativi che consentano una visualizzazione più chiara e chiarificatrice di quanto si è andato delineando. Una modalità di conversazione con i figli basata sull’ascolto attivo li aiuta a prendere coscienza dei loro sentimenti, a temere molto meno le emozioni negative. L’ascolto attivo promuove l’intimità tra genitori e figli e rende il figlio più ricettivo rispetto alle idee e opinioni dei genitori.

Inoltre, con esso si facilita nel figlio il processo autonomo di soluzione dei problemi incoraggiandolo a pensare con la propria testa, a fare una propria diagnosi del problema, a scoprire le proprie soluzioni. Un tale approccio alla comunicazione risulta, infatti, particolarmente utile nel caso in cui la conversazione prenda le mosse da una situazione di conflitto. Piuttosto che radicarsi sulla propria posizione, e testardamente tentare di imporre al figlio la propria prospettiva e soluzione (salvo poi magari ripiegare in un classico “fai come ti pare”), il Metodo III di G. suggerisce di utilizzare proprio l’ascolto attivo allo scopo di creare uno spazio di condivisione in cui far germinare nuove e creative soluzioni attraverso il confronto e la cooperazione tra pari. Purtroppo, tradizionalmente, c’è l’abitudine a pensare che in un contenzioso la vittoria possa essere perseguita solo a danno dell’altro per l’implicito assunto del “ciò che io vinco, tu perdi”, secondo quello che la teoria dei giochi definisce un gioco a somma zero. Anche all’interno della famiglia tende a dominare questa logica e per questo solitamente si parla o di un genitore perdente o di un figlio perdente. Nel caso in cui sia il genitore a riportare il successo, Gordon parla di Metodo I facendo esplicito riferimento a modalità educative autoritarie; nel caso in cui a spuntarla sia spesso il figlio, l’autore parla invece di Metodo II riassumendo così sinteticamente un approccio educativo indulgente. Evidentemente, sotto gli auspici di questi sistemi, ad innescarsi sono delle dinamiche di potere fortemente corrosive che portano inevitabilmente figli e genitori ad occupare campi avversi da cui ognuno è legittimato a lottare strenuamente per affermare il proprio diritto alla vittoria.

Per uscire dall’impasse di una dinamica di potere distruttiva, per Gordon è necessario passare alla classica terza via, adottare un Metodo III: un metodo in cui i conflitti siano risolti senza vincitori né perdenti secondo la logica dei giochi a somma positiva. Il metodo III consiste, infatti, nel trovare delle soluzioni attraverso un accordo bilaterale cui entrambe i litiganti hanno contribuito attivamente secondo un principio di partecipazione paritaria. L’autore insegna ancora una volta ai genitori delle tecniche tipiche del consulente-mediatore. Il metodo III altro non è, infatti, che l’applicazione domestica delle strategie di problem solving che il mediatore utilizza nel proprio studio. Il genitore dovrà come il consulente intavolare una comunicazione positiva con il figlio, secondo le tecniche sopra riportate, e condurre se stesso e l’altro a negoziare una soluzione che soddisfi i bisogni di entrambi. Partendo dal presupposto che il figlio ha una sua saggezza e una sua responsabilità nella riuscita della soluzione del problema, lo s’inviterà a formulare ipotesi di soluzione e ad impegnarsi nel limite delle proprie possibilità a prestare fede agli impegni assunti. Il ragazzo, sentendo di collaborare effettivamente alla formulazione della soluzione, si sentirà maggiormente investito dalla responsabilità di dargli un buon esito e sarò fortemente motivato a trovare soluzioni creative ed efficaci ai problemi. Legittimato dalla fiducia del genitore, s’impegnerà poi in seguito a mantener fede a quanto da lui stesso promosso.

La prassi operativa di questa modalità di risoluzione dei problemi e di approccio al cambiamento si articola in 6 fasi che fanno da specchio alle fasi fondamentali di un colloquio di counseling : 1) identificare e definire il conflitto; 2) fare emergere tutte le soluzioni possibili; 3) valutare le soluzioni emerse; 4) scegliere la soluzione migliore; 5) programmare e attuare la soluzione; 6) verificare i risultati. Qualche analogia potremmo rinvenire con teoria della pratica di cambiamento promosso da Watzlawick e più in generale dalla Scuola di Palo Alto intorno alla metà degli anni Sessanta. Questo autore infatti sottolinea la necessità di passare attraverso 4 fasi fondamentali nella definizione di una nuova soluzione ai problemi, sostanzialmente affini alla procedura descritta da Gordon. Watzlawick si differenzia però nel ritenere fondamentale un’analisi delle soluzioni precedentemente tentate poiché, proprio nei mancati buoni risultati delle soluzioni provate, si può rinvenire il motivo dell’esacerbazione del problema e formulare soluzioni creative che impongano, se necessario, un cambiamento effettivo (cambiamento2) e non un cambiamento superficiale dove solo apparentemente le cose sono diverse ma di fatto rimangono inalterate (cambiamento1)...

...Al bravo genitore, esattamente come al bravo counselor, sarà richiesto quindi come abilità fondamentali l’empatia, la congruenza, l’accettazione positiva ed incondizionata e la loro comunicazione al figlio-cliente. Questi requisiti sono ritenuti non solo necessari, ma anche sufficienti se adeguatamente comunicati poiché “il fattore fondamentale del processo di aiuto è ravvisato nella relazione che si instaura tra counselor e cliente [tra genitore e figlio] e nell’operazione di comprensione/chiarificazione che il colloquio tecnico determina e che consente al soggetto [figlio] di aumentare il suo grado di consapevolezza e conseguentemente la possibilità di gestione della problematica”. E’ opportuno porre l’accento, in conclusione, che all’impiego delle tecniche e abilità sopra riportate, non deve sottintendere uno scopo biecamente manipolativo.

Con l’aggettivo “efficace” Gordon non intende solleticare le velleità di un genitore che si aspetta di persuadere occultamente il proprio figlio a fare ciò che si aspetta e desidera da lui, quanto piuttosto invitarlo ad una comunicazione e ad un rapporto positivi che ne permettano il libero sviluppo, l’acquisizione di indipendenza e responsabilità. E’ quindi fondamentale che il genitore non assuma la veste dello “specializzato” in ascolto empatico o nell’esperto nella negoziazione in caso di conflitto. Egli effettivamente dovrà aprire un dialogo con il figlio, dovrà saperlo ascoltare, capire, sciogliersi dal giudizio; effettivamente dovrà rimettere in discussione le proprie posizioni, mettere in gioco le sue reale sensazioni ed emozioni senza dissimulare con intento manipolativo e strumentale accettazione e comprensione. Vi deve essere cioè una puntuale congruenza tra ciò che egli fa e dice e ciò che egli è e sente in quel momento. Il piano del discorso passa dunque dal “saper fare” al “saper essere” del genitore, dalla sua competenza comunicativa al suo reale atteggiamento. Il bersaglio educativo cui deve sottendere la mira di un genitore strategicamente orientato ad un’educazione né autoritaria né permissiva è, lo ripetiamo ancora una volta, quello di formare una persona capace di gestire con le proprie risorse personali i problemi cui va incontro nella vita quotidiana, assumendosi la responsabilità delle proprie scelte e della propria condotta. Un’educazione ad essere persone, e non semplicemente e riduttivamente ad essere figli supinamente asserviti ai propri genitori.

Fonte: Recensione di Mara Predicatori, BIBLIOGRAFIA - Castelli S., La mediazione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996; - Cheli E. (a cura di), La comunicazione come antidoto ai conflitti, Punto di Fuga editore, Cagliari, 2003; - Cheli E., Ascoltarsi, comprendersi, dispense per il Master in Comunicazione e relazioni interpersonali; - Di Fabio A., Counseling, dalla teoria all’applicazione, Giunti, Firenze, 2001; - Meier S.T., Davis S. R., Guida al counseling in 40 regole fondamenntali cosa fare e non fare per costuire un buon rapporto d’aiuto, Franco Angeli, Milano, 2003; - Occhini L. & Raffaglino R., Il corpo e l’altro, Imparare la comunicazione non verbale, Guerini Studio, Milano 2000; - Watzlawick P., Weakland J.H., Fisch R., Change, sulla formazione e la soluzione die problemi, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1974;

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