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Isolamento sociale

Chi sono gli Hikikomori

Hikikomori

Hikikomori[1] (引きこもり? o 引き籠もり?, letteralmente "stare in disparte, isolarsi",[2] dalle parole hiku "tirare" e komoru "ritirarsi"[3]) è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi la particolarità del contesto familiare in Giappone, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un'eccessiva protettività materna, e la grande pressione della società giapponese verso autorealizzazione e successo personale, cui l'individuo viene sottoposto fin dall'adolescenza. Il termine hikikomori si riferisce sia al fenomeno sociale in generale, sia a coloro che appartengono a questo gruppo sociale.

Il percorso terapeutico, che può durare da pochi mesi a diversi anni, consiste nel trattare la condizione come un disturbo mentale (con sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci) oppure come problema di socializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti colpiti e cercando di migliorarne la capacità di interagire. Il fenomeno, già presente in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti e in Europa.

Definizione del termine e sintomatologia

Criteri diagnostici

Il governo giapponese, vista la rilevanza sociale del problema, ha individuato alcuni criteri per diagnosticare con esattezza lo stato di hikikomori:[4

  • hikikomori non è una sindrome
  • ritiro completo dalla società per più di sei mesi
  • presenza di rifiuto scolastico e/o lavorativo
  • al momento di insorgenza di hikikomori non vengono diagnosticate schizofreniaritardo mentale o altre patologie psichiatriche rilevanti
  • tra i soggetti con ritiro o perdita di interesse per la scuola o il lavoro sono esclusi coloro che continuano a mantenere relazioni sociali

Il fenomeno dello hikikomori può essere considerato come una volontaria esclusione sociale, una ribellione della gioventù giapponese alla cultura tradizionale e all'intero apparato sociale da parte di adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza senza alcun contatto con l'esterno, né con i familiari né con gli amici.[4][5][6]

Il governo del Giappone utilizza il termine hikikomori per coloro che si rifiutano di lasciare le proprie abitazioni e lì si isolano per un periodo superiore ai sei mesi, e ha stilato una lista di criteri diagnostici utili a inquadrare i soggetti che possano rientrare in questa definizione.[7] Il termine fu coniato dallo psichiatra Tamaki Saitō, quando cominciò a rendersi conto della similarità sintomatologica di un numero sempre crescente di adolescenti che mostravano letargia, incomunicabilità e isolamento totale.[8][9] Oltre all'isolamento sociale gli hikikomori soffrono tipicamente di depressione e di comportamenti ossessivo-compulsivi, soprattutto automisofobia (paura di essere sporchi) e manie di persecuzione.[4][10]

Lo stile di vita degli hikikomori è caratterizzato da un ritmo circadiano sonno-veglia completamente invertito,[4][11] con le ore notturne spesso dedicate a componenti tipiche della cultura popolare giapponese, come la passione per il mondo manga e, soprattutto, la sostituzione dei rapporti sociali diretti con quelli mediati via Internet.[12][13] Quest'ultimo aspetto si configura spesso come una contraddizione in termini: la persona rifiuta i rapporti personali fisici, mentre con la mediazione della rete può addirittura passare la maggior parte del suo tempo intrattenendo relazioni sociali di vario tipo (dalle chat fino ai videogiochi online).[13][14] Tuttavia, solamente il 10% degli hikikomori naviga su Internet, mentre il resto impiega il tempo leggendo libri, girovagando all'interno della propria stanza o semplicemente oziando, incapace di cercare lavoro o frequentare la scuola.[3] In ogni caso, la mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi sullo hikikomori, che gradualmente perde le competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative necessarie per interagire con il mondo esterno.[4]

Solitamente lo hikikomori lascia di rado la sua stanza, nemmeno per lavarsi,[4] chiedendo che il cibo gli sia lasciato dinanzi alla porta e consumando i pasti all'interno della propria camera.[15] Alcuni reclusi meno soggetti all'agorafobia sono tuttavia in grado di uscire di casa una volta al giorno o una volta alla settimana per recarsi in un konbini, un convenience store aperto 24 ore al giorno, dove possono trovare colazioni da asporto, pasti precotti o bentō preconfezionati.[16] Il ritiro dalla società avviene gradualmente: i ragazzi, in alcuni casi, non riescono a immaginare sé stessi adulti o hanno l'impressione di non stare crescendo,[17] possono apparire infelici, perdere le amicizie, la sicurezza e la fiducia in sé stessi, con un aumento dell'aggressività spesso verso i genitori (circa il 40-50% degli hikikomori tratta i propri genitori con violenza).[18][19] Sovente, non è possibile attribuire l'insorgenza di hikikomori a un trauma specifico: semplicemente, alcuni giovani giapponesi perdono l'energia che ci si aspetta abbiano i ragazzi appartenenti alla loro fascia d'età.[20] La percentuale di suicidi tra gli hikikomori rimane comunque bassa, in quanto, nonostante il desiderio di porre fine alla loro esistenza sia alto, subentra nei soggetti una forma di autocompiacimento e narcisismo che salva loro la vita.[21] Flavio Rizzo, professore dell'Università di Tokyo, ha sottolineato il ruolo delle implicazioni culturali e le traiettorie storiche giapponesi spostando l'attenzione dall'analisi clinica, definendo gli hikikomori "eremiti postmoderni".[22]

Mentre il livello del fenomeno varia su una base individuale, nei casi più estremi alcune persone rimangono isolate per anni o anche decenni.[4] Spesso gli hikikomori incominciano rifiutandosi di andare a scuola:[2][23] questi ultimi in giapponese sono definiti futōkō (不登校? "assenteisti"); un termine più antico è tōkōkyohi (登校拒否?). Questo fenomeno è possibile soprattutto a causa del fatto che raramente le scuole giapponesi cercano di convincere i ragazzi a tornare a seguire le lezioni.

Possibili cause

I sintomi dello hikikomori sono comparabili al ritiro sociale esibito dagli individui che soffrono di disturbi pervasivi dello sviluppo, un gruppo di disturbi che includono la sindrome di Asperger e l'autismo. Ciò ha portato alcuni psichiatri a formulare l'ipotesi che gli hikikomori possano essere influenzati dai disturbi che colpiscono l'integrazione sociale, i quali però risultano alterati rispetto alla loro forma tipica occidentale per via delle pressioni sociali e culturali uniche del Giappone.[53] Uno studio del 2007 ha dimostrato che 5 hikikomori su 27 soffrivano di un alto disturbo pervasivo dello sviluppo, evidenziando tra l'altro la differenza tra il disturbo principale (senza alcun disturbo mentale evidente) e gli hikikomori con tale disturbo; inoltre, 10 casi su 27 presentavano il disturbo nella sua forma principale.[54]

FONTE (Articolo completo):Hikikomori

Il Perdono

Il processo del perdono

perdono sasso mani

Le relazioni interpersonali soddisfano il bisogno umano di affiliazione, ma sono anche la fonte di alcune tra le più dolorose ferite. Quando offese da parte di un amico, deluse da un confidente, abbandonate dal partner, molte persone tendono a porsi sullo stesso piano del trasgressore, portando rancore, chiudendo i rapporti, o peggio ancora ricercando vendetta. L’essere umano sembra avere una tendenza innata a ricambiare offese ed aggressioni con comportamenti ed atteggiamenti ancor più aggressivi.

La ricerca di un’equa redistribuzione appartiene alla natura umana ed è biologicamente, culturalmente e psicologicamente radicata. Tuttavia, la vendetta raramente viene percepita come giusta e riequilibrante. Le vittime tendono a vedere la trasgressione subita più dolorosa e dannosa rispetto a quella che potrebbero infliggere al trasgressore. D’altro canto, il colpevole riterrà che la reazione della vittima sia maggiore rispetto al danno inizialmente compiuto, e ciò scivolerà in un circolo vizioso di ripicche e rivalse sull’altro.

Un fattore significativo che può aiutare a far fronte in maniera adattiva alle inevitabili fratture relazionali quotidiane è la capacità di perdonare. L’inclinazione a perdonare ha importanti implicazioni non solo per il benessere delle relazioni, ma anche per il benessere personale.

Perdonare non significa scusare, condonare, dimenticare, negare il torto subito: consiste invece nel modificare l’emozione legata alla trasgressione e al trasgressore.

Il processo del perdono consiste in una riconsiderazione in termini più positivi del “colpevole”, che sarà giudicato non più come essere spregevole e maligno ma piuttosto un essere umano fallibile e limitato, al pari di sé stessi. Questo modo di vedere le cose potrebbe far realizzare alla vittima che in passato potrebbe, a sua volta, essersi resa responsabile di atti ingiusti e bisognosa di ricevere il perdono.

Per gli psicologi sociali, è una forma di atteggiamento pro-sociale al pari di cooperazione, altruismo e disponibilità, in cui si attiva la capacità di astenersi da comportamenti distruttivi per la relazione (anche se protettivi per se stessi o pseudo riparatori) in vista di un successivo benessere relazionale.

Perdonare non significa necessariamente riconciliarsi. Ma la riconciliazione non può verificarsi senza perdono. In altre parole, perdonare è una condizione necessaria, ma non sufficiente affinché la riconciliazione tra vittima ed offensore possa avvenire.

La ricerca in psicologia ha esplorato ed identificato diverse variabili individuali e sociali da cui dipenderebbe la tendenza al perdono. Esse riguardano: lo sviluppo della capacità di perdonare lungo l’arco di vita, i tratti di personalità correlati maggiormente al perdono, i fattori sociali che influenzano la messa in atto di tale comportamento e la relazione tra perdono, salute e benessere.

La maggior parte della ricerca evidenzia una connessione tra aumento dell’età e propensione al perdono. I soggetti più anziani sono più inclini a perdonare diversi tipi di trasgressioni e offese, rispetto agli adulti, così come gli adulti risultano più predisposti dei giovani adolescenti. Questo fenomeno risulta legato agli stadi di sviluppo cognitivo e morale di Kolhberg, per cui inizialmente il perdono è concesso solo dopo una punizione e/o riparazione di un danno, e solo successivamente diviene un processo indipendente e sottostante alla sola visione di una società armoniosa e di amore incondizionato.

Per quanto riguarda i tratti individuali, i soggetti più ansiosi, narcisisti, depressi ed ostili risultano meno inclini al perdono. La predisposizione alla ruminazione, ossia al farsi trascinare da pensieri, immagini ed emozioni associate al danno ricevuto e alla continua rivisitazione dell’esperienza subita, si associa ad atti aggressivi e vendicativi verso il trasgressore, risultando quindi nociva, sia per gli altri che per sé stessi.

Per contro, i fattori che aumentano la probabilità di mettere in atto risposte di perdono sono soprattutto l’intimità, la fiducia e l’empatia. Nelle relazioni più strette i responsabili di un’offesa sono più disposti a mostrarsi dispiaciuti per quanto hanno commesso, così come le vittime si sentono più invogliate a mettersi nei loro panni ed a perdonarli.

Il modello di Worthington identifica effetti diretti del perdono sulla salute mentale in termini di riduzione dei sentimenti di rivalsa, riduzione della ruminazione e dei pensieri intrusivi che coinvolgono emozioni di risentimento, ostilità, rabbia e paura. Il perdono comporta infatti una modificazione dei sentimenti negativi verso una polarità maggiormente positiva e di accettazione dell’accaduto e dell’offensore.

Ma il perdono promuove la salute mentale anche indirettamente agendo sulle variabili relative al supporto sociale, al funzionamento interpersonale e ai comportamenti salutari.

La capacità di perdonare è inoltre correlata positivamente alla percezione di controllo sull’ambiente e alla riparazione di un senso di potere personale. Quando veniamo offesi, traditi o aggrediti sperimentiamo una perdita di controllo sulla situazione, ma il perdono consentirà di ristabilire il potere. Sappiamo che l’essere umano deve percepire di padroneggiare l’ambiente circostante per sentirsi soddisfatto, sicuro e efficace, e quindi per incrementare il suo benessere. La via che passa dal perdono, alla percezione di controllo personale fino ad arrivare al benessere e alla salute mentale è quindi un processo indiretto ma comunque potente.

Altri fattori che sembrano incidere sulla propensione al perdono sono da attribuire al tempo trascorso da quando si è ricevuta l’offesa,  alla gravità del danno subito, al background culturale e ai gruppi sociali d’appartenenza (famiglia, amici, società).

Il processo del perdono sembra passare per diversi elementi, che non devono necessariamente seguire un certo ordine, ma possono essere ripetuti e sperimentati più e più volte prima di giungere allo stadio finale della concessione del perdono.

  • Una prima condizione è quella della piena espressione delle emozioni. Dopo aver subito un ingiustizia o una violenza, i sentimenti di rabbia, tristezza, dolore devono essere sentiti ed espressi in modo pieno e profondo. Si possono elicitare direttamente contro l’offensore o soltanto manifestarli in sfoghi personali.

  • La comprensione dell’evento, di cosa sia successo e perché, sono ulteriori step che possono essere affrontati diverse volte prima di riuscire a superare l’accaduto. La spiegazione non deve essere totalmente razionale, ma sembra utile trovare un certo schema in cui inserire l’evento; spesso l’accettazione che sia dovuto al caso è già una cornice sufficiente.

  • Il passo finale consiste nella decisione di perdonare, ossia nel decidere di non riprendere più in mano l’evento, di non riferirsi più al passato, di superare l’accaduto e di promettere a se stessi di smettere con i pensieri, le attenzioni, le ruminazioni riguardo al torto subito.

In psicoterapia, il perdono sembra essere un mezzo efficace per superare il risentimento, l’ansia e il senso di colpa (si parla anche di perdono verso sé stessi, anche se in questi casi si preferisce utilizzare il concetto di accettazione) e valido strumento per il trattamento di particolari gruppi di soggetti , come donne che hanno abortito, individui vittime di abusi sessuali, familiari di alcolisti o di disabili, coppie in crisi o separate, malati terminali.

E’ importante comunque evidenziare che il perdono potrebbe rivelarsi pericoloso in alcune situazioni interpersonali. L’inclinazione al perdono è dannosa quando si sviluppano relazioni amorose con partner abusanti ed aggressivi. In questi contesti, le vittime eccessivamente scusanti tendono a perpetrare la condizione di violenza. Anche il perdono va quindi utilizzato con alcune cautele.

Riferimenti:

McCullough M.E & Witvliet C., The Psychology of Forgiveness.

McCullough M.E. Forgiveness as human strength: Conceptualization, measurement and links to well-being. J of Soc and Clin Psychology, 19, 43-55.

FONTE:Il processo del perdono

Terapia di coppia

TERAPIA DI COPPIA.QUANDO FARLA?

terapia di coppia

Quando una coppia percepisce disagi relazionali e/o affettivi al proprio interno che non trovano una soluzione adeguata e che si mantengono nel tempo, le conseguenze possono essere molteplici: dal deterioramento della relazione di coppia, che diviene sempre più insoddisfacente, alla fine della relazione stessa.

 Per poter prevenire questi esiti negativi, una coppia può decidere di chiedere aiuto ad uno psicologo, al fine di intraprendere un percorso di coppia che possa sanare le problematiche relazionali e, di conseguenza, salvare il rapporto di coppia.
 
Non sempre però una terapia di coppia può essere utile solamente quando all’interno della coppia già esistono delle fragilità relazionali (infatti spesso le coppie arrivano in terapia “troppo tardi”), ma può essere un valido strumento per coppie che vogliono semplicemente migliorare la loro relazione e rafforzare il loro legame emotivo (senza quindi particolari problematiche relazionale e/o affettive).

In genere i disagi psicologici trattati in terapia di coppia riguardano problemi legati alla comunicazione, alla sessualità, al riconoscimento e alla soddisfazione dei propri bisogni o delle proprie esigenze, litigi e disaccordi, questioni economiche, infedeltà, gelosia o conflitti riguardo l’educazione dei propri figli.

Prima di iniziare una terapia di coppia viene fatta una valutazione globale da parte dello psicologo, attraverso colloqui individuali e di coppia e sovente mediante l’utilizzo di questionari o test specifici, di quelle che sono le problematiche presentate dalla coppia.

Successivamente vengono definiti gli obiettivi che la coppia vorrebbe raggiungere attraverso il percorso terapeutico ed infine il terapeuta propone l’intervento psicologico più adeguato rispetto al disagio presentato e alle esigenze della coppia.

Durante la terapia di coppia, i partners hanno la possibilità di discutere e confrontarsi con le proprie problematiche relazionali affinché vi possa essere maggiore comprensione e consapevolezza, di apprendere modalità comunicative, sessuali, emotive e affettive più adeguate ed infine di comprendere e accettare il partner così come le differenze esistenti tra di loro.

FONTE: Terapia di coppia

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Distrurbi alimentari?

Star meglio si può. 

Psicoterapeuta e consulente nutrizionale 

insieme per il tuo Benessere.*

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Le problematiche legate al comportamento alimentare sono generalmente l'espressione di un malessere che va al di là della semplice volontà di perdere peso o di creare un buon rapporto col cibo. Spesso infatti sono il sintomo di una sofferenza reale che non può esprimersi diversamente. Può succedere che queste sopraggiungano a seguito di un evento particolarmente stressante, spesso di un trauma. Molte persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare hanno inoltre delle caratteristiche psicologiche assimilabili: soffrono di mancanza di fiducia e scarsa autostima, di eccesso di perfezionismo o ancora di bisogno di dominare tutto. Tali disturbi inducono chi ne soffre ad una sofferenza solitaria di cui è molto difficile uscire senza l'aiuto di specialisti.

Si rende necessario a questo punto un approccio che sia al tempo stesso nutrizionale e psicologico. Ed è questo il mio approccio professionale a chi soffre di disturbi alimentari: una sinergia tra il sostegno psicologico e le preziose indicazioni di una nutrizionista. Chi si rivolge a me perché ha deciso di affrontare il proprio sbagliato rapporto col cibo con l’obiettivo di risolvere il malessere da esso generato, sarà seguito da ben due specialisti. I colloqui con la figura dello psicologo-psicoterapeuta verranno supportati da un colloquio mensile in cui ci sarà anche la specialista dell’alimentazione che curerà ogni aspetto tecnico legato al cibo, inserendo consigli personalizzati e mirati, stimolando nuove e corrette abitudini alimentari.

In questo percorso non viene fornita una dieta poiché l’obiettivo primario sarà quello di ascoltarsi e comprendere quelle complessità ancora irrisolte che ostacolano un rapporto sano col cibo. E’ prima di tutto un percorso psicologico ma non solo. Competenze psicologiche e nutrizionali si uniscono rendendo più completo ed efficace il percorso di chi, oltre al bisogno di agire sul proprio peso, vuole ritrovare soprattutto il piacere di stare con se stesso.

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Ipocondria

Ipocondria:

quando il corpo chiede attenzione

Chi soffre di ipocondria guarisce solo se inizia a vedere i suoi sintomi come un desiderio di trasformazione e di vita, non come segnali di pericolo!

ragazza ipocondriaca

Tra i disagi psichici più trascurati, mistificati e, talora, sbeffeggiati, c’è sicuramente l’ipocondria, cioè l’abnorme e irriducibile preoccupazione di avere una malattia gravissima o mortale, anche quando medici ed esami clinici rassicurano. Un disturbo non solo portatore di vissuti drammatici, ma anche invalidante.

Come curare l'ipocondria

Mentre molte persone considerano le sue preoccupazioni come paturnie, l’ipocondriaco vive nella costante paura di essere annientato dal suo stesso corpo. Non può mai stare tranquillo perché, passato il terrore relativo a un sintomo, ecco che arriva un nuovo sintomo, motivo di ulteriore preoccupazione e paura. Questo problema è tra quelli che la psicologia e la psichiatria tradizionali riescono a risolvere di meno, non perché sia particolarmente grave, ma perché di solito si cerca semplicemente di sopprimerlo con gli psicofarmaci o se ne cercano le cause antiche con psicanalisi talmente sganciate dal presente da non riuscire a diventare concreta terapia. Di ipocondria, però, si può guarire; per farlo è necessario smettere di considerarla solo una psicopatologia - quale sicuramente è, dato che produce comportamenti incongrui e transitorie perdite del principio di realtà - e iniziare a leggerla come un fragoroso messaggio che il nostro sistema nervoso sta lanciando senza sosta.

Il segnale di un bisogno irriducibile

Che cosa chiede l’ipocondria alla persona che ne soffre? Per saperlo basta osservare: la mente del soggetto è attentissima a quel che viene dal corpo,ai sintomi, e, quando esso non ne produce, la mente li cerca fino a quando trova un’inezia di sintomo (un minuscolo dolorino passeggero, una sensazione sfumata e transitoria) e gli attribuisce valore di estrema gravità, che invade la coscienza creando angoscia di morte e disperazione. Il fatto che le rassicurazioni specialistiche e gli esami clinici (richiesti con urgenza) non bastino a tranquillizzare, oppure che la mente debba subito produrre preoccupazione per qualcos’altro, fa pensare ad una “necessità di preoccuparsi”, di segnalare un bisogno che si va facendo irriducibile.

La ricerca inconsapevole di un rapporto diverso con sé

Secondo la psicosomatica la coscienza è rappresentata dalla mente razionale, l’inconscio dal corpo; in quest’ottica l’ipocondria esprime dunque la necessità che la coscienza si occupi di ciò che arriva dall’inconscio (perché, per qualche motivo, se ne è allontanata troppo), cosa che, però, la mente razionale teme perché pensa che da lì non possano che arrivare pericolosi mostri.Le rassicurazioni non possono funzionare perché non risolvono il problema, che non è fisico, ma psicologico: la paura del drago che emerge dalle profondità - simbolo archetipo di un bisogno di trasformazione - non può essere risolta da una risonanza magnetica che esclude un tumore. Per quanto questa esclusione sia importante, l’ansia viene ammansita solo per poco, poi riparte. E così, di visita in visita, la persona ipocondriaca, senza saperlo, va alla ricerca di un rapporto diverso con la propria profondità.

I sintomi, germogli di vita

L’eccessiva attenzione per il corpo, esprime, in quest’ottica, un grande desiderio di conoscenza di se stessi, di presa in carico dei propri problemi profondi (antichi e recenti). Proviamo a pensare quale strabiliante risultato psicologico si potrebbe ottenere se la dedizione e l’energia che l’ipocondriaco dedica all’esclusione di patologie gravi fossero convogliate in qualcosa che appassiona! Una cosa è certa: guarisce chi è riuscito - da solo o aiutato da uno specialista - a spostare il piano dalla scena fisica a quella psichica. Chi ha deciso di considerare i mille sintomi cangianti che lo percorrono di continuo non come spettri di morte, ma come segni di vita. Una vita da cambiare o da rinnovare. Ognuno ha le proprie cose a cui porre mano. Se lo fa, non ci sarà più bisogno della stressante pantomima ipocondriaca che invade l’esistenza sua e quella di chi gli sta vicino. L’ipocondria non va curata, ma resa inutile.

Cinque consigli pratici per vincere la paura delle malattie

  1. Non dare spettacolo: se sei in ansia per i sintomi e vuoi fare visite ed esami, falli, ma senza coinvolgere mezzo mondo né prima, né durante, né dopo. È già un modo per prendere in mano te stesso in modo più completo. Inoltre non dovrai gestire anche l’ansia di chi si fa agitare da te.
  2. Cerca l’obiettività: quante volte i tuoi timori relativi ai sintomi percepiti si sono rivelati infondati ed inutili? Sicuramente molte ed è importante ricordarlo. È evidente che non ti stai curando il corpo con dei farmaci, ma la psiche con delle diagnosi. Ciò ti fa capire la natura del problema.
  3. Non sganciarti dal mondo: l’ipocondria, pur nella drammaticità del vissuto, è una forma di narcisismo e di egocentrismo; consiste in un mettersi al centro dell’attenzione propria e altrui. Non lasciare che le tue angosce ti sgancino dalla realtà e cancellino il tuo interesse per gli altri.
  4. Non farti prendere in giro: non farti banalizzare da chi dice che hai le paturnie; si tratta di un disturbo serio che merita rispetto. Se tu per primo non ne sei convinto, non si può prendere davvero in mano la situazione.
  5. Tieniti alla larga dalla rete: smetti di andare su Internet a vedere quante cose può rivelare un certo sintomo, altrimenti rischi di allarmarti continuamente senza motivo.

Quanta energia dietro tutta quella preoccupazione!

L’ipocondriaco ha bisogno di farsi queste domande: “Quanta passione ho per ciò che mi abita? Quanta voglia ho di conoscere e di dar forma a tutti i segni di vita che albergano in me? A giudicare dai sintomi e dalla preoccupazione suscitata, tantissima!”. Ogni sintomo, del resto, è costituito da un’energia corporea (piena di significati e di simboli) che si è configurata in un certo modo fino a farsi sentire dalla mente, e la mente stessa, come se sapesse che non sono solo sintomi, non vede l’ora di sentirli. Quindi, in quanto energia (dal greco “en ergon”, essere “dentro l’azione”), essi sono vita che vuole prendere forma, che vuole agire. L’unico modo, allora, è scoprire quali sono le forme sane (cioè i modi, i contesti, le situazioni, i percorsi) nelle quali questa energia può spostarsi e convogliarsi, lasciando la primitiva forma sintomatica. Non serve per forza una mappa per tutti i sintomi: è il complessivo messaggio dell’ipocondria che dice: “Occupati veramente di te, sii più protagonista della tua vita, e fallo in modo sano, secondo la tua natura e i tuoi veri desideri”.

FONTE: Riza

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