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Psicologia del Coronavirus

VADEMECUM PSICOLOGICO - CORONAVIRUS PER I CITTADINI

Perché le paure possono diventare panico e come proteggersi con comportamenti adeguati, con pensieri corretti e emozioni fondate.

Questo breve vademecum non vuole essere esaustivo né sostituirsi ad un aiuto professionale. E’ un contributo per riflettere ed orientare al meglio i nostri pensieri, emozioni e comportamenti – individuali e collettivi - di fronte al problema Covid-19. Pochi minuti del vostro tempo per una lettura che ci auguriamo possa esservi utile. (David Lazzari – Presidente CNOP – 26 febbraio 2020)

La paura è un’emozione potente e utile. E’ stata selezionata dall’evoluzione della specie umana per permettere di prevenire i pericoli ed è quindi funzionale a evitarli. La paura funziona bene se è proporzionata ai pericoli. Così è stato fino a quando gli uomini avevano esperienza diretta dei pericoli e decidevano volontariamente se affrontarli oppure no. Oggi molti pericoli non dipendono dalle nostre esperienze. Ne veniamo a conoscenza perché sono descritti dai media e sono ingigantiti dai messaggi che circolano sulla rete.

Succede così che la paura diventi eccessiva rispetto ai rischi oggettivi derivanti dalla frequenza dei pericoli. In questi casi la paura si trasforma in panico e finisce per danneggiarci. Facciamo un esempio: dopo l’11 settembre il panico degli statunitensi per il volo in aereo fu tale che molti decisero di spostarsi in macchina. Nel periodo successivo sulle strade morì il doppio delle persone rispetto a quelle che viaggiavano sugli aerei catturati e abbattuti dai terroristi. Il panico si era tradotto in scelte individuali controproducenti che, aggregate, divennero un danno collettivo. Si ha più paura dei fenomeni sconosciuti, rari e nuovi, e la diffusione del Coronavirus ha proprio queste caratteristiche. A tutt’oggi, i decessi per influenza non da Coronavirus sono molto più frequenti. Di questi però non si ha paura perché cisiamo abituati a tal punto che molti italiani ignorano addirittura i benefici, in chiave preventiva, dei vaccini. Si ripete la differenza tra la paura dei voli in aereo e la scelta volontaria e sotto il nostro controllo di guidare un’automobile. Per evitare che le paure siano sproporzionate e creino forme di ansia individuale e di panico collettivo proponiamo di condividere un “decalogo antipanico”. Alcune “chiavi di lettura” che possono aiutarci ad evitare due errori possibili:sopravvalutare o sottovalutare (negare) il problema.

foto articolo coronavirus

Decalogo anti-panico

Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo.

Il Coronavirus è un virus contagioso ma come ha sottolineato una fonte OMS su 100 persone che si ammalano 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi gestibili in ambiente sanitario, solo il 5 hanno problemi più gravie tra questi i decessi sono circa la metà ed in genere in soggetti portatori di altre importanti patologie. 

Non confondere una causa unica con un danno collaterale.

Molti decessi non sono causati solo dall’azione del coronavirus, così come è successo e succede nelle formeinfluenzali che registrano decessi ben più numerosi. Finora i decessi legati al coronavirus sono stimati nel mondosono cento volte inferiori a quelli che si stima causi ogni anno la comune influenza. E tuttavia questo 1% si aggiungeed è percepito in modo diverso dai “decessi normali”. Finora nessuno si preoccupava di una forte variabilitàannuale perché tutti i decessi venivano attribuiti all’influenza “normale”: nell’ultima stagione influenzale sonoscomparsi 34.200 statunitensi e, l’anno prima, 61.099.

Se il panico diventa collettivo molti individui provano ansia e desiderano agire e far qualcosa pur di far calare l’ansia, e questo può generare stress e comportamenti irrazionali e poco produttivi.

Farsi prendere dal contagio collettivo del panico ci porta a ignorare i dati oggettivi e la nostra capacità di giudizio può affievolirsi.

Pur di fare qualcosa, spesso si finisce per fare delle cose sbagliate e a ignorare azioni protettive semplici, apparentemente banali ma molto efficaci (cfr. elenco qui sotto).

In linea generale troppe emozioni impediscono il ragionamento corretto e frenano la capacità di vedere le cose in una prospettiva giusta e più ampia, allargando cioè lo spazio-tempo con cui esaminiamo i fenomeni.

E’ difficile controbattere le emozioni con i ragionamenti, però è bene cercare di basarsi sui dati oggettivi. La regola fondamentale è l’equilibrio tra il sentimento di paura e il rischio oggettivo.

Siamo preoccupati della vulnerabilità nostra e dei nostri cari e cerchiamo di renderli invulnerabili. Ma la ricerca ossessiva dell’invulnerabilità è contro-producente perché ci rende eccessivamente paurosi, incapaci di affrontare il futuro perché troppo rinchiusi in noi stessi.

 

Tre buone pratiche per affrontare il coronavirus

1. Evitare la ricerca compulsiva di informazioni.

Abbiamo visto che è normale e funzionale, in chiave preventiva, avere paura davanti ad un rischio nuovo, comel’epidemia da coronavirus: ansia per sé e i propri cari, ricerca di rassicurazioni, controllo continuo delle informazioni sono comportamenti comprensibili e frequenti in questi giorni. E tuttavia la paura si riduce se si riflette sul suo rapporto con i pericoli oggettivi e quindi si sa con chiarezza cosa succede e cosa fare.

2. Usare e diffondere fonti informative affidabili.

E’ bene attenersi a quanto conosciuto e documentabile. Quindi: basarsi SOLO su fonti informative ufficiali, aggiornatee accreditate.

- Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus-

- Istituto Superiore di Sanità: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/Al

Al Ministero della Salute, Protezione Civile e Sistema Sanitario Nazionale e Regionale lavorano specialisti esperti che collaborano per affrontare con grande rigore, attenzione e con le risorse disponibili la situazione in corso e i suoi sviluppi.

3.Un fenomeno collettivo e non personale.

Il Coronavirus non è un fenomeno che ci riguarda individualmente. Come nel caso dei vaccini ci dobbiamo proteggere come collettività responsabile. I media producono una informazione che può produrre effetti distorsivi perché focalizzata su notizie in rapida e inquietante sequenza sui singoli casi piuttosto che sui dati complessivi eoggettivi del fenomeno. E’ importante tener conto di questo effetto.

L'uso regolare di queste azioni elementari riduce significativamente i rischi di contagio per sé, chi ci è vicino e la collettività tutta.

Dopo i pensieri e le emozioni, i comportamenti

L'Istituto Superiore di Sanità indica semplici azioni di prevenzione individuale (https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/).

1. Evita il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute.

2. Il lavaggio e la disinfezione delle mani sono la chiave per prevenire l’infezione.

3. Bisogna lavarsi le mani spesso e accuratamente con acqua e sapone per almeno 20 secondi, fino ai polsi. Se acqua e sapone non sono a portata di mano è possibile utilizzare anche un disinfettante per mani a base di alcol con almeno il 60% di alcol.

4. Il virus entra nel corpo attraverso gli occhi, il naso e la bocca, quindi evita di toccarli con le mani non lavate.

5. Copri bocca e naso se starnutisci o tossisci;

6. Usa fazzoletti monouso.

7. Usa la mascherina solo se sospetti di essere malato o assisti persone malate.

8. Non prendere farmaci antivirali né antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico.

9. Contatta il numero verde 1500 se sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni e hai febbre o tosse.

10. Se stai male e hai sintomi compatibili con il Coronavirus, contatta telefonicamente il tuo medico di base o il 118, senza recarti direttamente in ambulatorio o in Pronto Soccorso (per ridurre eventuali rischi di contagio a terzi o alpersonale sanitario).

11. Rispetta rigorosamente solo i provvedimenti e indicazioni ufficiali delle Autorità di Sanità Pubblica: sono una tutela preziosa per te e per tutti.

L'uso regolare di queste azioni elementari riduce significativamente i rischi di contagio per sé, chi ci è vicino e la collettività

A chi si deve badare nella marea delle notizie

E’ stata chiamata “infodemia” il contagio e la diffusione delle notizie: guardando la tv, aprendo i giornali o andando in rete si viene sommersi da una marea di informazioni di ogni tipo sul Coronavirus: veri esperti e finti esperti, specialisti improvvisati, persone che riportano il “sentito” dire o il “sentito” letto. In questo campo ragionare con il “buonsenso” porta a conclusioni spesso errate. Va bloccato o ignorato uno stato di "allarme psicologico permanente" che si traduce in “indignazione pubblica”. Si tende così ad aumentare la percezione dei rischi e siamo spinti a cercare ossessivamente informazioni più rassicuranti. I media però sono fatti per attirare l’attenzione e ci espongono per lo più a cronache allarmanti facendo crescere la sproporzione tra pericoli oggettivi e paure personali.

Conclusione: riduci la sovraesposizione alle informazioni dei media. Le semplici informazioni sopra riportate sono sufficienti. Una volta acquisite le informazioni di base su che cosa succede e che cosa fare, è sufficiente verificare gliaggiornamenti sulle fonti affidabili sopra indicate. Si hanno così tutte le informazioni necessarie per proteggersi, senza farsi sommergere da un flusso ininterrotto di "allarmi ansiogeni". E’ bene proteggere anche i bambini. Se ci interrogano, daremo sempre la nostra disponibilità a parlare serenamente di quello che possono aver sentito e li spaventa correggendo un quadro statisticamente infondato.E’ meglio non esporli alle informazioni allarmistiche di cui sopra.

Agisci collettivamente per un fenomeno collettivo

Anche se tu ti sei fatto un’idea corretta del fenomeno e non provi alcuna paura infondata, è bene cercare di aiutare gli altri raccontando in parole semplici il nostro decalogo e le raccomandazioni qui elencate. Devi supplire cioè all’indignazione e panico pubblici suscitati da molti canali media e social fornendo le semplici informazioni sopra indicate e ragionando con calma e pazienza invece di ignorare o, peggio, disprezzare chi non sa e si rifiuta di pensare. Bisogna ricordarsi delle parole di Alessandro Manzoni in relazione alla peste di Milano del Seicento: “il buon senso se nestava nascosto per paura del senso comune”. Andiamo a scalzare il senso comune ma non con il buon senso di Manzoni ma con la scienza e la razionalità. La psicologia permette di capire in modo razionale anche quel che non si presenta come tale ma che va capito e rispettato. Agire tutti in modo informato e responsabile e aiutarsi reciprocamente a farlo aumenta la capacità di protezione della collettività e di ciascuno di noi.

Non ti vergognare di chiedere aiuto

Se pensi che la tua paura ed ansia siano eccessive e ti creano disagio non avere timore di parlarne e di chiedere aiuto ad un professionista. Gli Psicologi conoscono questi problemi e possono aiutarti in modo competente.Tutti possiamo avere necessità, in certi momenti o situazioni, di un confronto, una consulenza, un sostegno, anche solo per avere le idee più chiare su ciò che proviamo e gestire meglio le nostre emozioni, e questo non ci deve far sentire “deboli”. Non è debole chi chiede aiuto per aumentare le proprie risorse e quelle dei suoi cari.

FONTE: Ordine Nazionale degli Psicologi

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Dare voce alle Emozioni

Esprimere i propri sentimenti: 7 strategie

coppia che si guarda

Quando siamo felci, è facile sorridere e che gli altri deducano il nostro stato d’animo positivo. Tuttavia, quando ci mostriamo seri, questa interpretazione diventa molto più soggettiva. Sarà triste? Stanco? Infastidito? Per questo è così importante saper esprimere i propri sentimenti.

Dare voce ai sentimenti crea empatia. In questo modo, gli altri ci conosceranno meglio e sapranno cosa fare e cosa non fare per evitare fraintendimenti o arrabbiature. Esprimere i propri sentimenti aiuta ad affrontare situazioni difficili e migliora la conoscenza di sé. A seguire, vi indicheremo alcune strategie grazie alle quali risulti più facile esprimere i propri sentimenti.

Come esprimere i propri sentimenti?

Cercarne l’origine

Dare delle parole a un cumulo di sensazioni è complesso. Molte volte, non siamo consapevoli della causa prima del nostro malumore. Per prima cosa, dunque, dobbiamo chiederci cosa ha cambiato il nostro umore. Cosa ci fa sentire così?

Potete provare a rilassarvi un paio di minuti per cercare di identificare cosa ha generato un cambiamento dentro di voi. Rintracciate quello che vi ha fatto sperimentare questo cumulo di sensazioni. Chiudete gli occhi se pensate possa aiutarvi e riflettete. Cosa crea in voi sorpresa, allegria, dispiacere, disprezzo o paura?

Incrementare il proprio vocabolario emotivo

Dire un semplice “sto male” o “sto bene” aiuta, ma ben poco. Cercate di essere più specifici e precisi con le parole che utilizzate per dare un nome a quello che provate. Quanto più concreti sarete, meglio comprenderete le vostre emozioni

Per esempio, immaginate di essere arrabbiati con il vostro capo poiché vi ha fatto una scenata davanti ai vostri colleghi e ci siete rimasti male. Quando dovrete spiegarlo a un’altra persona, potete utilizzare aggettivi come “imbarazzato”, “impotente”, “infastidito”, “arrabbiato” o “umiliato”. Questo permetterà all’altra persona di comprendervi e sapere come aiutarvi.

Usate  verbi emotivi come “avverto”, “percepisco”, “provo” piuttosto che “credo”, “penso” o “ritengo”. Questi ultimi sono facilmente ribaltabili perché non si riferiscono alla vostra condizione interiore, ma al vostro processo mentale.

Il metodo “prova a non pensarci” non funziona

Immaginiamo che al vostro partner non piaccia che gli tocchino i capelli. Ogni volta che lo fate, si infastidisce. Se non velo dice, voi continuiate a farlo a dimostrazione del vostro affetto e il vostro partner accumula rabbia. Arriverà un momento in cui scoppierà per qualsiasi cosa accada attorno a lui e voi non ne capirete il motivo.

Penserete che sta esagerando e attribuirete la causa del suo malessere a un’altra situazione. Le conseguenze, dunque, non saranno quelle sperate. E la sua paura, il suo fastidio o la sua rabbia si riverseranno su di voi. Con questo esempio, possiamo renderci conto che stare zitti non è l’opzione migliore. Cercare di non pensarci e rinnegarlo non fa altro che prolungare il nostro malessere, l’inquietudine di chi ci circonda e genera conflitti.

Comunicare sentimenti, non pensieri

Quando si vogliono esprimere i propri sentimenti, si usa il verbo “sentire”. Se si trasmettono e comunicano pensieri, si usa il verbo “sentire che”. La differenza è sottile e risiede nell’inclusione o meno della particella "che". Ad esempio, “mi sento spaventato” (sentimento) o “sento che lo spavento mi sta paralizzando” (pensiero).

In questo ultimo caso, razionalizziamo un’emozione, in altre parole, facciamo fronte a una situazione. Significa che abbiamo già elaborato a livello cognitivo l’avvenimento che corrisponde alla fonte dei nostri sentimenti. Non stiamo spiegando più gli effetti che ha dentro di noi, ma le sue possibili conseguenze.

Praticare la responsabilità emotiva

Se iniziate il discorso con un “mi fai sentire…”, non solo state colpevolizzando l’altro, ma gli state anche dando potere sui vostri sentimenti. La responsabilità dei sentimenti è personale e intrasferibile. Volerla scaricare sugli altri non è etico né reale. Inoltre, può crearvi dei problemi con le persone che vi circondano.

Parlare liberamente

Come vi sentite dopo aver raccontato qualcosa che tenete dentro da molto tempo? Come vi foste liberati di un peso, vero? Parlare è terapeutico e redentore. Secondo numerosi studi, le persone che evitano di esprimere le proprie emozioni corrono rischio maggiore di soffrire di cancro (Chapman, Fiscella & Kawachi 2013).

In quanto persone, non possiamo evitare di provare delle emozioni. Fa parte della nostra natura. Per questo, il modo migliore di rispettare noi stessi è imparare a convivere con esse. Accettarle e cercare di comprenderle.

Se provate a farlo una volta, la successiva sarà più facile. E così fino a che non riuscirete a naturalizzarlo e lo trasformerete in un’abitudine del vostro quotidiano. Se ci riuscite, avrete un grande vantaggio emotivo rispetto al resto delle persone.

Esprimere i propri sentimenti renderà le proprie relazioni migliori. Non solo con gli altri, ma anche con se stessi.

Dare voce alle emozioni sane

Quando esprimiamo a voce alta quello che proviamo, diminuisce l’intensità del malessere connesso a tale emozione. Questo si deve al fatto che, dandole voce, la nostra amigdala ne diminuisce l’attività, che è ciò che riduce, a sua volta, la reazione emotiva. (Lieberman et al., 2007).

Saper esprimere i propri sentimenti aumenta la forza psicologica e la capacità di affrontare momenti e situazioni difficili (Kross et al., 2009). Ci fa essere preparati mentalmente e ci aiuta a capire come reagire di fronte ad avvenimenti eccezionali.

Sebbene non sia un compito semplice, investire del tempo per esprimere i propri sentimenti in modo migliore aumenta la qualità delle proprie relazioni interpersonali. È uno sforzo che richiede un continuo lavoro introspettivo e una completa accettazione di se stessi.

FONTE: Esprimere i propri sentimenti: 7 strategie

Iniziare la psicoterapia

COSA SUCCEDE NELLA STANZA DELLA TERAPIA?

bruco farfalla

Capita in certi momenti della vita di sentire che qualcosa, dentro, non va.

Un segnale di allarme si accende.

Un segnale che può prendere varie forme. Uno stato costante di allarme, di tensione che affatica le giornate e non fa dormire la notte. Un dolore allo stomaco che non passa e che sembra resistere a tutte le cure mediche. Uno stato di insoddisfazione e di mancanza di senso che toglie la voglia di alzarsi al mattino. Un’emozione di rabbia che si fa sentire in modo potente, tanto da diventare distruttiva e autolesiva. Un senso di solitudine profondo, che si fa doloroso con il passare del tempo.

Un rapporto col proprio corpo e col cibo fatto di frustrazione e confusione.

Sono questi alcuni dei momenti in cui si affaccia alla mente la possibilità di chiedere aiuto a un terapeuta.

Poi arrivano i dubbi e le domande…

  • “Ma infondo non ho un problema così grave per andare in terapia…”;
  • “Perché devo andare da un terapeuta? Tanto mi ascolta, ma poi cosa cambia?”;
  • “Alla fine cosa può dirmi che già non so?”.

Se anche tu ti sei posta/o queste domande, posso dirti che sono delle buone domande.

E’ difficile credere che uno spazio di ascolto e di relazione possa essere terapeutico senza averlo mai sperimentato. E poi cosa succede in terapia? Andare in un posto nuovo, da una persona che non si conosce e raccontare di sé. E’ qualcosa di insolito, con molte variabili poco controllabili. Anche per questo, può fare paura.

PRENDERSI CURA DI SE'...

La psicoterapia è qualcosa che potrai solo sperimentare, perché ogni percorso è unico. Ma proverò a raccontartelo, in poche parole, che di certo non saranno esaustive, ma che spero possano far nascere in te un interesse e magari il desiderio di iniziare quel viaggio dentro di te che si chiama psicoterapia.

La psicoterapia è etimologicamente la cura dell’anima. Quel tipo speciale di cura dell’anima che, attraverso strumenti psicologici quali il colloquio e la relazione, vuole favorire il cambiamento consapevole dei meccanismi psicologici alla base della sofferenza, nelle sue molteplici forme, che sia ansia, depressione, una fobia, un disturbo alimentare, la mancanza di un senso e di un significato o qualsiasi altro sintomo.

Nella stanza della terapia, c’è qualcosa di diverso, di speciale. C’è uno spazio di relazione e di ascolto interamente dedicato a te e ciò di cui hai bisogno. In questo spazio, tante cose possono accadere…

Si può scoprire che quello stato di ansia che affatica le tue giornate è uno stato aspecifico, che copre altre emozioni. Quando non siamo abituati a farle fluire in noi, un segnale che ci invita a riconoscere qualcosa che dentro di noi chiede di avere voce e legittimazione.

Si può esplorare dentro una relazione quella contrazione dolorosa allo stomaco e scoprire cosa vuole raccontare: spesso stati emotivi e significati che non riescono a trovare un posto nella nostra mente, perché difficili da accogliere o semplicemente perché nessuno ci ha mai insegnato ad ascoltarci e a dare valore a ciò che sentiamo.

Si può imparare ad ascoltare e dare un significato a quel senso di insoddisfazione, a quella tristezza o a quella rabbia che in certi momenti si fanno sentire in modo doloroso e trovare nuovi modi per trasformare ciò che ci fa soffrire.

Attraverso quella palestra di relazione e di contatto con se stessi che è la terapia, è possibile quindi ridurre le cause della nostra sofferenza e promuovere quell’equilibrio della mente e del cuore che può aprirci la possibilità di andare in giro per il mondo con più risorse: più interi, meno frammentati, più connessi con i nostri veri bisogni, più autentici, più capaci di sostenere le tempeste emotive e le inevitabili sfide che la vita spesso ci pone davanti. Più consapevoli. Più capaci di scorgere quella bellezza e quella magia che si nascondono nelle pieghe del quotidiano, anche quando il freddo punge e il sole si nasconde.

Iniziare una terapia può essere questo e molto altro. Di sicuro, può valerne la pena.

FONTE

"Comunicazione interrotta" tra genitori e figli

La scarsa predisposizione degli adulti all'ascolto, il peso degli impegni eccessivi di mamma e papà, la responsabilità dei nuovi modelli sociali. Vediamo insieme come, quando e perché si interrompe la comunicazione tra genitori e figli.

no comunicazione famiglia

LO SCENARIO COLLETTIVO

"Il bambino non mi ascolta, il ragazzo/a non parla, non c'è comunicazione tra noi".

"Mamma e papà non capiscono, non mi rispondono, non mi prestano attenzione, non serve a niente parlare con loro".

Interrompere la comunicazione sembra una modalità di comportamento abituale ai giorni nostri: a scuola gli alunni, e fatto ancor più grave gli insegnanti, rispondono alle chiamate del cellulare. Nei ristoranti gruppi di amici o coppie sono impegnate al telefono mentre stanno cenando insieme e lo stesso accade nelle riunioni di lavoro, durante un colloquio importante, mentre si parla con il proprio figlio o si è al telefono fisso con un altro interlocutore. Si toglie il contatto con l'altro, impedendo il fluire di una comunicazione iniziata che sicuramente, dopo l'interruzione, non sarà più la stessa.

Anche in TV, nei programmi di intrattenimento, si assiste ad un continuo togliersi di parola. I conduttori a fatica riescono a far concludere un discorso, spesso tolgono loro stessi la parola dandola a qualcun altro non curanti di distrarre l'uditorio dal tema, interrompendo di fatto la comunicazione tra loro e con il pubblico. La pubblicità spezza in continuazione i programmi, i film, le trasmissioni e ci abitua ad una continua comunicazione interrotta.

Siamo immersi in uno scenario collettivo in cui passa il messaggio che è lecito interrompere il fluire della comunicazioneLa famiglia, in special modo, se al suo interno sono presenti problematiche di interazione tra i membri, può rispecchiarsi nel modello televisivo o in generale nel modello della "comunicazione interrotta". È questa una delle tante occasioni in cui il bambino può interiorizzare che non esiste un limite, tutti possono permettersi di "calpestare" l'altro e quasi sempre vale, anche a livello comunicativo, la legge del più invadente al quale è permesso di farsi spazio inserendosi con prepotenza nel discorso altrui.

LO SCENARIO FAMILIARE

La sera quando si rientra a casa è difficile per i genitori, parlare con tranquillità ai figli perché:

- Si torna tardi dal lavoro;

- Si è stanchi;

- Incombono gli impegni domestici;

- Non si riesce ad avere lo spazio mentale e/o la serenità alla fine di una giornata di lavoro, di dare tempo e attenzione ai figli.

Il bambino/ragazzo potrebbe invece sentire dentro di sé il desiderio di esprimere le proprie emozioni, chiarire i propri pensieri, così da verificare e rafforzare il rapporto con i genitori, giorno dopo giorno, attraverso il passaggio di informazioni, i discorsi, l'attenzione e la comunicazione diretta. In questo contesto spesso si inserisce anche la TV che, all'ora della cena, trasmette il telefilm più amato dai ragazzi o lo sceneggiato d'azione o il cartone del momento, rendendo ancora più difficile al genitore gestire uno spazio che potenzialmente potrebbe essere di scambio comunicativo.

A questo punto il genitore si trova di fronte a due possibilità:

- Vietare la visione, inimicandosi i figli;

- Permetterla, accettando di ritrovarsi intorno a un tavolo come ad una platea di un cinema.

A cena, in Italia, il 49% delle famiglie ha il televisore acceso a discapito del dialogo, della possibilità di scambiarsi le impressioni, le emozioni e le informazioni sulla giornata trascorsa: in poche parole, a discapito della possibilità di comunicare.

Sappiamo ancora come non sia facile, a fine giornata, avere tempo per stare vicino al bambino piccolo per farlo addormentare o per parlare, se è più grande.

Non è facile:

- Avere la forza e la pazienza di leggere una storia al bambino (non parliamo di inventarla!) per farlo addormentare;

- Seguirlo nei compiti, stargli vicino;

- Comunicare con il bambino/ragazzo sia a livello verbale che non verbale: la comunicazione è interrotta il più delle volte dallo stesso ritmo della vita;

- Assecondare i ritmi, i rituali dell'addormentamento, o i tempi del pasto, modalità fondamentali per un'evoluzione sana dello sviluppo del bambino e per la creazione di una rapporto significativo.

La televisione o il computer, quando si inseriscono massicciamente, divengono spesso un facile sostituto là dove esiste nell'adulto una difficoltà a dare limiti, alternative, spazi diversi di svago o di parola.

LO SCAMBIO COMUNICATIVO

Spesso si dice che non è tanto il tempo che si trascorre con i figli ma la qualità di questo. E' vero ma ai giorni nostri, quando non c'è mai tempo, è anche importante che i genitori trovino spazi più lunghi per stare con i bambini/ragazzi (con le variazioni dovute all'età) perché la costruzione di un rapporto ha bisogno anche di tempi adeguati per crearlo ed alimentarlo.

Nel tempo che si ha a disposizione con i figli la cosa più importante è prestare loro la giusta attenzione mentale: il tempo che si dedica deve essere "per lui/lei". Ciò permette, giorno dopo giorno, di stabilire una relazione che sarà anche alla base di una buona comunicazione futura.

ATTENZIONE MENTALE

Significa mettersi nella condizione di ascoltare i bambini/ragazzi, rispettare i loro tempi, considerare l'altro, anche se bambino, una persona da rispettare con i suoi bisogni; significa sostenere le loro necessità, dare spazio alla fantasia, alla creatività.

In ultimo, ma non ultimo, avere la capacità di dare limiti e chiedersi sempre se quello che si sta facendo lo si fa per i figli o per rispondere ai bisogni propri (gratificazione, colmare un vuoto, sopperire alle presunte incapacità…).

UNA BUONA COMUNICAZIONE

Mantenere sempre una continuità di attenzione mentale. Interrompere la comunicazione, attraverso i comportamenti che abbiamo descritto, è una modalità che trasmette un modello improntato a scarsa attenzione nei confronti dell'altro. Ciò influisce sulla comunicazione e automaticamente sulla relazione che può costituirsi, alimentarsi o perdersi nel tempo.

Si deve essere consapevoli dell'importanza di considerare e rispettare il bambino e i suoi tempi. Quello che non è stato fatto (dato) in certe fasi di sviluppo del bambino, potrebbe essere difficile da recuperare in futuro quando questi diviene adolescente.

Se si è stati in grado invece di dare (inteso come "esserci" vicino ai figli), questi potranno sentire dentro se stessi, nei momenti "fisiologici" di allontanamento dai genitori, quella "base sicura" che sarà fondamentale per le loro esperienze future.

Fonte:OspedaleBambinGesù

Il mio studio clinico

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Il mio STUDIO CLINICO si trova in PIAZZA TOMMASO DE CRISTOFORIS a Roma 
A pochi metri da Via di Portonaccio e Via Tiburtina 
Casal Bertone (zona Palazzo dei cervi e Scuola Randaccio)

Facilmente raggiungibile da: Tiburtina|Pigneto|Prenestina|Casal Bruciato|San Giovanni

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545-->Fermata POLLIO/DE CRISTOFORIS 
anche DE DOMINICIS/BRIGHENTI
proseguire per 2 minuti fino a Piazza De Cristoforis

409-->Fermata PORTONACCIO/DE DOMINICIS
anche PORTONACCIO/GALLIANO e PORTONACCIO/CASAL BERTONE
proseguire per 5 minuti fino a Piazza De Cristoforis

A PIEDI:
12 minuti da Via Tiburtina
4 minuti da Via di Portonaccio 

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