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Soffrire per infedeltà

L’esperienza di essere traditi

Infedeltà cuore spezzato

Venire a conoscenza del tradimento del proprio partner può rappresentare una dell’esperienze più dolorose che un essere umano possa sperimentare. L’essere traditi dalla propria moglie o dal proprio marito comporta  il fluire di emozioni calde e contrastanti che possono sopraffare l’individuo fino a disorientarlo rispetto al comportamento più funzionale da adottare (mio marito mi tradisce cosa devo fare? Lo perdono? Chiedo la separazione? Mi vendico?). La scoperta del tradimento può innescare nell’immediato vissuti come la rabbia, la delusione, la disperazione, il senso di impotenza, la vergogna, la critica verso se stessi, l’abbattimento dell’autostima mentre, più avanti, se il “lutto” di essere stati traditi non è stato elaborato, possono  presentarsi  veri e propri quadri depressivi, disturbi correlati all’ansia e, nei casi più gravi, la sintomatologia del Disturbo Post-Traumatico da Stress che può complicare il superamento del tradimento.
L’intensità della sofferenza, in seguito al tradimento, varia da persona a persona e dipende da vari fattori come l’imprevedibilità dell’evento (“Tutto mi sarei aspettata dalla vita tranne che mio marito mi tradisse”), l’investimento affettivo sulla persona che ha tradito (“Mia moglie era tutta la mia vita!”),  la figura dell’amante con cui si è consumato il tradimento (“Mi ha tradito con una mia amica…è ancora più terribile”), la possibilità di poter usufruire di una buona rete sociale, caratteristiche personali come  l’autostima e la capacità di saper fronteggiare gli eventi avversi (resilienza).
Come accennavamo, in alcuni casi  la scoperta di essere stati traditi dal marito o dalla moglie, può assumere le caratteristiche di un'esperienza traumatica in grado di paralizzare la vita dell’individuo e ostacolare il superamento del dolore; queste persone, in seguito alla scoperta dell’infedeltà del partner, hanno visto demolire quegli  schemi che garantivano previsione e certezze rispetto alla propria vita affettiva come, ad esempio, la possibilità di poter fare affidamento sul proprio  coniuge in caso di bisogno o la speranza di poter invecchiare assieme.
Dopo il tradimento nulla è come prima, per queste persone il trascorrere del tempo non allevia la sofferenza, le emozioni (rabbia, disperazione, incredulità,  delusione etc.) sono sempre calde ed intense  proprio come il primo giorno in cui hanno scoperto di essere stati traditi dal partner e, proprio come un lutto non elaborato,  il tempo non sembra scalfire la sofferenza.
In queste persone possono presentarsi pensieri e/o immagini intrusive a carattere ossessivo che rievocano il torto subito e che di certo non aiutano a superare il tradimento della moglie o del marito;  la persona tradita può passare la maggior parte del suo tempo a ruminare sull'accaduto cercando di trovare spiegazioni o provando, proprio come in un film, a "riprodurre" le scene dell'accaduto alimentando, in questo modo, la sofferenza. Possono presentarsi sintomi come difficoltà del sonno ( insonnia, sonno frammentato, incubi), ansia generalizzata, depressione, sintomi psicosomatici ( cefalea, disturbi intestinali, dermatiti etc.), agitazione.
Nel tentativo (disfunzionale) di superare il tradimento la "vittima" può chiedere, come espressione del  bisogno di controllare l'evento, al partner infedele, i dettagli dell'accaduto sottoponendolo ad interrogatori interminabili che inaspriscono la conflittualità, spesso la confessione del partner non basta a placare questo bisogno tanto che l'argomento monopolizza  le "conversazioni" della coppia. L'essere stati traditi dal marito o dalla moglie implica tutta una serie di vissuti e riflessioni personali che possono avere ripercussioni sulla propria autostima ("E' più giovane e più bella di me") complicando ulteriormente la possibilità di superare il tradimento.
Ovviamente, questi quadri descrivono una reazione estrema, a volte eccessiva, rispetto alla scoperta di essere stati traditi che possono sottendere  la presenza di "vulnerabilità" silenti  che amplificano la sofferenza che possono richiedere un aiuto psicologico o una vera e propria psicoterapia.
 
infedeltà

Come superare il tradimento del marito o della moglie?

Ovviamente non esistono formule certe su come superare il tradimento del marito o della moglie, la reazione all’infedeltà del partner è, infatti, soggettiva e può dipendere, come  riportato in  precedenza, da molti fattori; alcune persone reagiscono con estrema sofferenza anche a tradimenti “platonici", ovvero non consumati, mentre altre riescono, almeno apparentemente, a superare l’infedeltà del coniuge senza particolari patemi.
E' importante promuovere un atteggiamento di “accettazione” dell’evento e del dolore. Come per  qualsiasi evento avverso che la vita ci riserva ( lutti, abbandoni, malattie etc.) anche per guarire dal tradimento è fondamentale assumere un atteggiamento di accettazione, ovvero prendere consapevolezza di quello che è successo e accogliere il dolore  che da esso deriva; questo atteggiamento, lungi dall’essere scontato, è il modo più sano per gestire la sofferenza e promuovere il processo di elaborazione che favorirà la nascita di un nuovo equilibrio e la possibilità di poter reinvestire su nuove relazioni affettive, nel caso si decida di lasciare il partner infedele, o ritrovare un nuovo equilibrio di coppia nel caso si propenda di rimanere uniti.
Alcune persone manifestano una grande difficoltà ad accettare il fatto di essere stati traditi, in questi individui, almeno inizialmente, possono prevalere stati di confusione, disorientamento o veri e propri meccanismi di  “negazione” che, più in là, possono lasciare il posto alla rabbia incontrollata  e alla  disperazione. Queste persone non riescono a prendere una decisione, anche se il partner si assume le responsabilità e manifesta la propria disponibilità a lasciare il tetto coniugale  la vittima del tradimento può avere un atteggiamento conflittuale, da un lato non riesce a “perdonare” dall’altro non  si assume la “responsabilità” della separazione.
A volte la persona tradita desidera la presenza del partner solo per rinfacciargli il torto subito, l’intensità della sofferenza provocata e, soprattutto, irrimediabilità dell’accaduto.  In questi casi il partner che ha tradito, anche se sinceramente pentito e desideroso di “ricominciare” può, esasperato, decidere di allontanarsi. Ovviamente, questo atteggiamento, quando si perpetua per diverso tempo, non aiuta a superare l'adulterio ma, anzi, alimenta la sofferenza; in questi casi l’aiuto di uno Psicologo può facilitare il processo di accettazione ed il superamento del tradimento.

Mio marito (moglie) mi ha tradito. Lo perdono? Lo lascio? Mi vendico?

Una delle cause che possono favorire o ostacolare il superamento del tradimento del marito o della moglie consiste nella decisione da prendere in seguito alla scoperta dell'infedeltà del partner, alcune persone, sopraffatte da emozioni calde come la rabbia o la delusione, tendono ad agire d'impulso, ad esempio facendo trovare le valige "dell'infedele" sul pianerottolo di casa o allontanandosi dal tetto coniugale, queste reazioni, seppur comprensibili, nel breve tempo possono abbassare la febbre delle emozione ma, nel medio e lungo termine, specie se ci sono dei figli, possono ostacolare il superamento del tradimento.
La scoperta dell'infedeltà spesso viene vissuta come un danno immeritato alla propria persona, un danno procurato con malizia e intenzionalità (pur sapendo che mi avrebbe fatto male non ha desistito) che innescano l'emozione della rabbia e, dunque, la propensione a "vendicarsi" del torto subito per cui appaiono comprensibili, anche se non molto funzionali, la messa in atto di alcune strategie finalizzate a superare il tradimento del marito o della moglie come possono essere il buttarlo fuori di casa, la demolizione dell'immagine sociale del traditore o, addirittura,  l'idea di ricambiare  il  torto subito ("Cosi capisce cosa vuol dire!").

Perdono verso Accettazione, una chiave per superare il tradimento

A volte il partner che ha tradito appare  sinceramente pentito di quello che ha fatto e implora di essere perdonato, chiede un altra possibilità, prova a risarcire la vittima con comportamenti eclatanti per convincerla della propria sincerità e dalla bontà del proprio pentimento, mette a disposizione il cellulare, chiude facebook e whatsapp ma, nonostante questi tentativi, il perdono non arriva, perchè? Eppure, il perdonare aiuterebbe a superare il tradimento e a guarire dalla sofferenza; in sostanza, nonostante il perdono conviene sia alla vittima che al partner infedele spesso non avviene.
Il perché di questo apparente paradosso è molto semplice: gli esseri umani, anche se a volte si illudono, non hanno il potere di decidere quale emozioni provare; in altre parole, cosi come non abbiamo il potere di innamorarci o disinnamorarci di qualcuno a nostro piacimento, allo stesso modo non abbiamo il potere di perdonare anche se lo desideriamo.  Il perdono, come tutti i sentimenti,  arriva dal cuore ed è qualcosa che ha a che fare con "sentire" piuttosto che con il decidere, possiamo anche "decidere di perdonare" ma questa modalità spesso genera un sentimento freddo, una forzatura, che non assolve pienamente chi ci ha danneggiato.
Se, in parte, non possiamo scegliere di perdonare quale atteggiamento può aiutarci a superare il tradimento del marito o della moglie? L'accettazione, intesa come la consapevolezza che qualcosa di brutto è successo e non può essere cancellato, rappresenta un atteggiamento funzionale che ci mette dinnanzi ad un bivio e richiede una scelta che, più o meno, può essere definita in questo modo: "Prendo coscienza di essere stata tradita, è qualcosa di terribile che mai mi sarei aspettata, è qualcosa che non si può cancellare perche è realmente accaduta, adesso devo decidere se, nonostante questa grande delusione, voglio ancora rimanere con mio marito oppure prendere atto che non ci sono più le condizioni  per stare assieme".  Qualunque sia la decisione presa, l'accettazione del tradimento rappresenta il primo passo per poterlo superare.
 

 Superare il tradimento del marito o della moglie: quando serve l'aiuto dello Psicologo?


L'esperienza di essere traditi rappresenta uno dei tanti eventi avversi che la vita ci può riservare in grado di innescare una notevole sofferenza che può variare  da individuo a individuo; generalmente, la mente umana possiede le risorse per superare il dolore e facilitare la nascita di nuovi equilibri  capaci di aiutare  l'individuo a trovare un nuovo adattamento. Il superamento del tradimento del marito o della moglie, proprio come un lutto, può richiedere il passaggio di diverse fasi come  la negazione, la rabbia, la disperazione e, infine, l'accettazione.
Dunque, in condizioni normali, se l'individuo possiede una buona resilenza, un efficace rete sociale  in grado di ammortizzare la sofferenze e altri investimenti ( figli, lavoro, amici etc.) che, tutto sommato, garantiscono un certa gratificazione, il tradimento, dopo la normale elaborazione del dolore,  può essere superato senza eccessivi patimenti.
 
Allora quando rivolgersi allo Psicologo?
L'aiuto dello Psicologo  può essere necessario quando:
  • La sofferenza che segue il tradimento appare eccessiva (quadri depressivi, agitazione, difficoltà del sonno, rabbia incontrollata, presenza di pensieri ossessivi etc.) e non si riduce nonostante il trascorrere del tempo; come riportato in precedenza, alcune persone sembrano manifestare i sintomi del Disturbo Post-Traumatico da Stress presentando una eccessiva reattività  emozionale anche a distanza di tantissimo tempo  che ostacolano il superamento del tradimento.
  • La scoperta dell'infedeltà del partner si ripercuote negativamente e gravemente  sulla propria autostima; in questi casi, il tradimento può essere assunto come "prova" della propria inadeguatezza (estetica, intellettuale, etico-morale etc.) che può  sfociare in demoralizzazione o in veri e propri quadri depressivi. Le persone che reagiscono in questo modo possono presentare Schemi Maladattivi di "Deprivazione Affettiva", "Abbandono", "Inadeguatezza e Vergogna" che richiedono un intervento psicoterapico  finalizzato a demolire le credenze disfunzionali.
  • L'intervento dello Psicologo può essere utile in quei casi in cui la vittima del tradimento non riesce a prendere una decisione e rimane "paralizzata" nella sofferenza; sono persone che, nonostante la confessione del partner, non riescono nè a prendersi la "responsabilità" della separazione nè ad accettare di trovare un nuovo equilibrio di coppia. Queste persone vivono nel tormento, l'argomento del tradimento monopolizza la "conversazione" tra  i membri della coppia, in particolare la vittima coglie tutte le occasioni per rimarcare la colpa del traditore, la sofferenza patita  è, sopratutto, che niente può far tornare le cose come prima;  questo atteggiamento sembra una sorta di "coazione a ripetere"  dell'evento traumatico che di certo non aiuta a superare la sofferenza.

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Cosa è l'insonnia e come curarla.

Cos’è l’insonnia

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L’insonnia è un disturbo che riguarda sia la quantità che la qualità del sonno. Per molte persone questo disturbo può essere un vero problema, poiché non dormire la notte ha un effetto invalidante sulle attività giornaliere.

Una attuale ricerca ha dimostrato che circa il 20% degli italiani ne soffre, mentre il 30% soffre di insonnia cronica. La stessa ricerca dimostra che più di 7 milioni di persone usano sonniferi o tranquillanti per addormentarsi.

Le alterazioni subite dal sonno possono essere sia di natura quantitativa che qualitativa. La durata del sonno è soggettiva: alcuni individui hanno bisogno di dormire molto tempo (dormitori lunghi), altri necessitano di dormire poco (dormitori brevi). Ci sono anche quelli che hanno bisogno di addormentarsi molto presto (allodole) e quelli che, invece, vanno a letto molto tardi (gufi). In tutti questi casi non è presente alcuna patologia, perché durante il giorno il soggetto riesce a mantenere alto il livello di vigilanza.

L’insonnia si caratterizza per uno scarso riposo e questo compromette il funzionamento sociale e lavorativo del soggetto. Tutto ciò crea disagio alla persona, che avrà la sensazione di non aver riposato e di svegliarsi ancora più stanco di quando è andato a dormire.

Principali tipi di insonnia

  • insonnia legata al problema dell’addormentamento
  • insonnia collegata al risveglio mattutino precoce
  • insonnia legata ai risvegli notturni
    Essa può essere transitoria (che dura qualche giorno), breve (fino ad un mese) o cronica (più di un mese).

Quali possono essere le cause dell’insonnia

Le cause sono quasi sempre di natura psicologica, ma prima di affermare ciò è necessario andare dal medico curante ed assicurarsi di non avere patologie organiche, come ipertiroidismo o problemi digestivi.

Recentemente è stato dimostrato che la causa principale dell’insonnia è attribuibile allo stress per il 23,7% dei casi, all’ansia per il 2,4% e alla depressione per il 6,4%.

Insonnia e psicosomatica: il significato

Come molti sintomi, anche l’insonnia è un campanello di allarme che ci sta dicendo che qualche cosa nella nostra vita non sta andando nel verso giusto.

Bisognerebbe quindi fermarci un attimo e capire cosa sta succedendo in questo periodo. È importante ribaltare tutto e comprendere a fondo che il problema non è l’insonnia: essa è solo un modo per permetterci di trovare una soluzione.

E qui si capisce che l'utilizzo ingiustificato di tranquillanti non è la strada giusta per eliminare il disturbo. Anzi, il corpo in questa maniera capisce solamente che ha bisogno di un aiuto esterno, quando invece, per stare bene veramente, basterebbe comprenderne il vero significato.

Vediamo qui di seguito qualche esempio:

Ansia e paura di perdere il controllo

Il corpo è iper-attivato dai sintomi legati al disturbo d’ansia e rende impossibile il sonno. Il tutto potrebbe essere incentivato dalla paura di lasciare il controllo per una scarsa fiducia nelle proprie potenzialità. La notte da sempre porta smarrimento e amplifica le preoccupazioni, tutto sembra più grande.

Passioni bloccate

Un’altra causa dell’insonnia potrebbe essere dovuta ad una vita quotidiana priva di interessi e passioni, in cui si temono le emozioni. Il soggetto ha molte potenzialità che vorrebbero essere espresse, ma in questo momento sono bloccate.

È come se l’energia vitale rimanga in sospeso ed il corpo stesse dicendo “hai tante energie che non stai sfruttando, perché mai dovrei riposare?”. In questo caso rinnovare gli interessi, limitare le attività noiose, ritagliarsi uno spazio per la creatività, seguire i propri desideri sarebbe un buon modo per ascoltare il messaggio del disturbo.

Paure inconsce

Durante la notte il silenzio e il buio prendono il sopravvento. I sensi danno spazio al nostro mondo interiore. Potrebbe sopraggiungere il timore di entrare in un universo non familiare. Ciò che è sconosciuto fa paura. Questo significa che la persona potrebbe aver perso di vista la propria dimensione interiore.

Continuare l’attività del giorno

Ci sono casi in cui, durante la giornata, abbiamo fatto un’attività particolarmente piacevole. In questo caso il cervello, organo che non riposa mai, non vuole fermare l’attività mentale e mettere da parte l’evento appena passato.

Tentativo di rielaborare eventi spiacevoli o traumatici

Questo succede soprattutto durante i risvegli notturni. Il soggetto probabilmente è stato vittima di un evento molto stressante che non è riuscito ancora a rielaborare. La nostra mente, che è portata all’auto-guarigione, cercherà di comunicarci qualche soluzione per fronteggiare il problema e trovare l’equilibrio interiore.

Ansia di affrontare una nuova giornata

Questo tipo di ansia si farà presente coi risvegli mattutini precoci. In questo caso la persona si troverà sveglia molto presto, focalizzata sugli impegni di tutta la giornata. È quindi il tentativo della nostra mente di riprendere il controllo il prima possibile.

Cosa fare in caso di insonnia

Controllo medico

Parlare col medico è indispensabile per capire se questo disturbo potrebbe essere legato a patologie organiche, come problemi alla tiroide, alle surrenali, al sistema digestivo o endocrino.

Consapevolezza

Dopo aver appurato che l’insonnia non dipende da cause organiche, bisognerà in tutti i modi capire qual’è il messaggio personale che questo disturbo vuole comunicarci. Nel paragrafo precedente ho scritto qualche esempio, ma ogni persona è diversa, non c’è una chiave che va bene per tutti. Il nostro corpo sa quello che vuole, è che spesso non lo ascoltiamo.

Tecniche di rilassamento

Se il problema è legato alla fase di addormentamento è necessario imparare alcune tecniche per rilassarsi, come respirazione, training autogeno, etc. Sono tutte tecniche molto soggettive, è bene provarne più tipi per capire quella più adatta alle nostre esigenze.

Risolvere le problematiche

Chi si sveglia durante la notte dovrà capire quali sono le problematiche irrisolte e portarci l’attenzione. Potrebbero riguardare eventi di vita quotidiani o conflitti più profondi.

Rivolgersi ad un professionista

Un professionista del settore (psicologo, psicoterapeuta, etc..) potrebbe essere utile per comprendere ciò che ancora la persona non è riuscita a capire di se stessa, anche interpretando qualche sogno.

Pratica Yoga o corsi di rilassamento

Questi permettono alla persona di “staccare” per un pò la testa dai pensieri, dalle preoccupazioni. Danno degli strumenti concreti per imparare a respirare correttamente e a lasciarsi andare.

Segui uno stile di vita sano

Fai sport, ma evita di farlo nelle ore serali

Fai una doccia calda prima di andare a letto

In questo modo i muscoli si rilassano e il sonno tranquillo viene stimolato.

Cosa non fare in caso di insonnia

È sconsigliato l’utilizzo di sonniferi dove non ci sia una precisa necessità.

L’utilizzo di farmaci ipnotici può creare dipendenza, amnesia, sonnolenza diurna, riduzione delle capacità cognitive.

Evitare tanti caffè, soprattutto la sera.

È consigliato bere qualche caffè la mattina e nelle prime ore del pomeriggio.

Non dormire durante il pomeriggio.

Il riposo pomeridiano potrebbe ostacolare l’addormentamento serale.

Non utilizzare il computer/cellulare prima di addormentarsi.

Il pc rende più difficile il momento dell’addormentamento e peggiora il sonno. Meglio addormentarsi con un buon libro.

Evitare cibi eccitanti, come la cioccolata e gli zuccheri composti.

Fonte: Significato Psicologico dell'Insonnia

Isolamento sociale

Chi sono gli Hikikomori

Hikikomori

Hikikomori[1] (引きこもり? o 引き籠もり?, letteralmente "stare in disparte, isolarsi",[2] dalle parole hiku "tirare" e komoru "ritirarsi"[3]) è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi la particolarità del contesto familiare in Giappone, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un'eccessiva protettività materna, e la grande pressione della società giapponese verso autorealizzazione e successo personale, cui l'individuo viene sottoposto fin dall'adolescenza. Il termine hikikomori si riferisce sia al fenomeno sociale in generale, sia a coloro che appartengono a questo gruppo sociale.

Il percorso terapeutico, che può durare da pochi mesi a diversi anni, consiste nel trattare la condizione come un disturbo mentale (con sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci) oppure come problema di socializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti colpiti e cercando di migliorarne la capacità di interagire. Il fenomeno, già presente in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti e in Europa.

Definizione del termine e sintomatologia

Criteri diagnostici

Il governo giapponese, vista la rilevanza sociale del problema, ha individuato alcuni criteri per diagnosticare con esattezza lo stato di hikikomori:[4

  • hikikomori non è una sindrome
  • ritiro completo dalla società per più di sei mesi
  • presenza di rifiuto scolastico e/o lavorativo
  • al momento di insorgenza di hikikomori non vengono diagnosticate schizofreniaritardo mentale o altre patologie psichiatriche rilevanti
  • tra i soggetti con ritiro o perdita di interesse per la scuola o il lavoro sono esclusi coloro che continuano a mantenere relazioni sociali

Il fenomeno dello hikikomori può essere considerato come una volontaria esclusione sociale, una ribellione della gioventù giapponese alla cultura tradizionale e all'intero apparato sociale da parte di adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza senza alcun contatto con l'esterno, né con i familiari né con gli amici.[4][5][6]

Il governo del Giappone utilizza il termine hikikomori per coloro che si rifiutano di lasciare le proprie abitazioni e lì si isolano per un periodo superiore ai sei mesi, e ha stilato una lista di criteri diagnostici utili a inquadrare i soggetti che possano rientrare in questa definizione.[7] Il termine fu coniato dallo psichiatra Tamaki Saitō, quando cominciò a rendersi conto della similarità sintomatologica di un numero sempre crescente di adolescenti che mostravano letargia, incomunicabilità e isolamento totale.[8][9] Oltre all'isolamento sociale gli hikikomori soffrono tipicamente di depressione e di comportamenti ossessivo-compulsivi, soprattutto automisofobia (paura di essere sporchi) e manie di persecuzione.[4][10]

Lo stile di vita degli hikikomori è caratterizzato da un ritmo circadiano sonno-veglia completamente invertito,[4][11] con le ore notturne spesso dedicate a componenti tipiche della cultura popolare giapponese, come la passione per il mondo manga e, soprattutto, la sostituzione dei rapporti sociali diretti con quelli mediati via Internet.[12][13] Quest'ultimo aspetto si configura spesso come una contraddizione in termini: la persona rifiuta i rapporti personali fisici, mentre con la mediazione della rete può addirittura passare la maggior parte del suo tempo intrattenendo relazioni sociali di vario tipo (dalle chat fino ai videogiochi online).[13][14] Tuttavia, solamente il 10% degli hikikomori naviga su Internet, mentre il resto impiega il tempo leggendo libri, girovagando all'interno della propria stanza o semplicemente oziando, incapace di cercare lavoro o frequentare la scuola.[3] In ogni caso, la mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi sullo hikikomori, che gradualmente perde le competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative necessarie per interagire con il mondo esterno.[4]

Solitamente lo hikikomori lascia di rado la sua stanza, nemmeno per lavarsi,[4] chiedendo che il cibo gli sia lasciato dinanzi alla porta e consumando i pasti all'interno della propria camera.[15] Alcuni reclusi meno soggetti all'agorafobia sono tuttavia in grado di uscire di casa una volta al giorno o una volta alla settimana per recarsi in un konbini, un convenience store aperto 24 ore al giorno, dove possono trovare colazioni da asporto, pasti precotti o bentō preconfezionati.[16] Il ritiro dalla società avviene gradualmente: i ragazzi, in alcuni casi, non riescono a immaginare sé stessi adulti o hanno l'impressione di non stare crescendo,[17] possono apparire infelici, perdere le amicizie, la sicurezza e la fiducia in sé stessi, con un aumento dell'aggressività spesso verso i genitori (circa il 40-50% degli hikikomori tratta i propri genitori con violenza).[18][19] Sovente, non è possibile attribuire l'insorgenza di hikikomori a un trauma specifico: semplicemente, alcuni giovani giapponesi perdono l'energia che ci si aspetta abbiano i ragazzi appartenenti alla loro fascia d'età.[20] La percentuale di suicidi tra gli hikikomori rimane comunque bassa, in quanto, nonostante il desiderio di porre fine alla loro esistenza sia alto, subentra nei soggetti una forma di autocompiacimento e narcisismo che salva loro la vita.[21] Flavio Rizzo, professore dell'Università di Tokyo, ha sottolineato il ruolo delle implicazioni culturali e le traiettorie storiche giapponesi spostando l'attenzione dall'analisi clinica, definendo gli hikikomori "eremiti postmoderni".[22]

Mentre il livello del fenomeno varia su una base individuale, nei casi più estremi alcune persone rimangono isolate per anni o anche decenni.[4] Spesso gli hikikomori incominciano rifiutandosi di andare a scuola:[2][23] questi ultimi in giapponese sono definiti futōkō (不登校? "assenteisti"); un termine più antico è tōkōkyohi (登校拒否?). Questo fenomeno è possibile soprattutto a causa del fatto che raramente le scuole giapponesi cercano di convincere i ragazzi a tornare a seguire le lezioni.

Possibili cause

I sintomi dello hikikomori sono comparabili al ritiro sociale esibito dagli individui che soffrono di disturbi pervasivi dello sviluppo, un gruppo di disturbi che includono la sindrome di Asperger e l'autismo. Ciò ha portato alcuni psichiatri a formulare l'ipotesi che gli hikikomori possano essere influenzati dai disturbi che colpiscono l'integrazione sociale, i quali però risultano alterati rispetto alla loro forma tipica occidentale per via delle pressioni sociali e culturali uniche del Giappone.[53] Uno studio del 2007 ha dimostrato che 5 hikikomori su 27 soffrivano di un alto disturbo pervasivo dello sviluppo, evidenziando tra l'altro la differenza tra il disturbo principale (senza alcun disturbo mentale evidente) e gli hikikomori con tale disturbo; inoltre, 10 casi su 27 presentavano il disturbo nella sua forma principale.[54]

FONTE (Articolo completo):Hikikomori

Il Perdono

Il processo del perdono

perdono sasso mani

Le relazioni interpersonali soddisfano il bisogno umano di affiliazione, ma sono anche la fonte di alcune tra le più dolorose ferite. Quando offese da parte di un amico, deluse da un confidente, abbandonate dal partner, molte persone tendono a porsi sullo stesso piano del trasgressore, portando rancore, chiudendo i rapporti, o peggio ancora ricercando vendetta. L’essere umano sembra avere una tendenza innata a ricambiare offese ed aggressioni con comportamenti ed atteggiamenti ancor più aggressivi.

La ricerca di un’equa redistribuzione appartiene alla natura umana ed è biologicamente, culturalmente e psicologicamente radicata. Tuttavia, la vendetta raramente viene percepita come giusta e riequilibrante. Le vittime tendono a vedere la trasgressione subita più dolorosa e dannosa rispetto a quella che potrebbero infliggere al trasgressore. D’altro canto, il colpevole riterrà che la reazione della vittima sia maggiore rispetto al danno inizialmente compiuto, e ciò scivolerà in un circolo vizioso di ripicche e rivalse sull’altro.

Un fattore significativo che può aiutare a far fronte in maniera adattiva alle inevitabili fratture relazionali quotidiane è la capacità di perdonare. L’inclinazione a perdonare ha importanti implicazioni non solo per il benessere delle relazioni, ma anche per il benessere personale.

Perdonare non significa scusare, condonare, dimenticare, negare il torto subito: consiste invece nel modificare l’emozione legata alla trasgressione e al trasgressore.

Il processo del perdono consiste in una riconsiderazione in termini più positivi del “colpevole”, che sarà giudicato non più come essere spregevole e maligno ma piuttosto un essere umano fallibile e limitato, al pari di sé stessi. Questo modo di vedere le cose potrebbe far realizzare alla vittima che in passato potrebbe, a sua volta, essersi resa responsabile di atti ingiusti e bisognosa di ricevere il perdono.

Per gli psicologi sociali, è una forma di atteggiamento pro-sociale al pari di cooperazione, altruismo e disponibilità, in cui si attiva la capacità di astenersi da comportamenti distruttivi per la relazione (anche se protettivi per se stessi o pseudo riparatori) in vista di un successivo benessere relazionale.

Perdonare non significa necessariamente riconciliarsi. Ma la riconciliazione non può verificarsi senza perdono. In altre parole, perdonare è una condizione necessaria, ma non sufficiente affinché la riconciliazione tra vittima ed offensore possa avvenire.

La ricerca in psicologia ha esplorato ed identificato diverse variabili individuali e sociali da cui dipenderebbe la tendenza al perdono. Esse riguardano: lo sviluppo della capacità di perdonare lungo l’arco di vita, i tratti di personalità correlati maggiormente al perdono, i fattori sociali che influenzano la messa in atto di tale comportamento e la relazione tra perdono, salute e benessere.

La maggior parte della ricerca evidenzia una connessione tra aumento dell’età e propensione al perdono. I soggetti più anziani sono più inclini a perdonare diversi tipi di trasgressioni e offese, rispetto agli adulti, così come gli adulti risultano più predisposti dei giovani adolescenti. Questo fenomeno risulta legato agli stadi di sviluppo cognitivo e morale di Kolhberg, per cui inizialmente il perdono è concesso solo dopo una punizione e/o riparazione di un danno, e solo successivamente diviene un processo indipendente e sottostante alla sola visione di una società armoniosa e di amore incondizionato.

Per quanto riguarda i tratti individuali, i soggetti più ansiosi, narcisisti, depressi ed ostili risultano meno inclini al perdono. La predisposizione alla ruminazione, ossia al farsi trascinare da pensieri, immagini ed emozioni associate al danno ricevuto e alla continua rivisitazione dell’esperienza subita, si associa ad atti aggressivi e vendicativi verso il trasgressore, risultando quindi nociva, sia per gli altri che per sé stessi.

Per contro, i fattori che aumentano la probabilità di mettere in atto risposte di perdono sono soprattutto l’intimità, la fiducia e l’empatia. Nelle relazioni più strette i responsabili di un’offesa sono più disposti a mostrarsi dispiaciuti per quanto hanno commesso, così come le vittime si sentono più invogliate a mettersi nei loro panni ed a perdonarli.

Il modello di Worthington identifica effetti diretti del perdono sulla salute mentale in termini di riduzione dei sentimenti di rivalsa, riduzione della ruminazione e dei pensieri intrusivi che coinvolgono emozioni di risentimento, ostilità, rabbia e paura. Il perdono comporta infatti una modificazione dei sentimenti negativi verso una polarità maggiormente positiva e di accettazione dell’accaduto e dell’offensore.

Ma il perdono promuove la salute mentale anche indirettamente agendo sulle variabili relative al supporto sociale, al funzionamento interpersonale e ai comportamenti salutari.

La capacità di perdonare è inoltre correlata positivamente alla percezione di controllo sull’ambiente e alla riparazione di un senso di potere personale. Quando veniamo offesi, traditi o aggrediti sperimentiamo una perdita di controllo sulla situazione, ma il perdono consentirà di ristabilire il potere. Sappiamo che l’essere umano deve percepire di padroneggiare l’ambiente circostante per sentirsi soddisfatto, sicuro e efficace, e quindi per incrementare il suo benessere. La via che passa dal perdono, alla percezione di controllo personale fino ad arrivare al benessere e alla salute mentale è quindi un processo indiretto ma comunque potente.

Altri fattori che sembrano incidere sulla propensione al perdono sono da attribuire al tempo trascorso da quando si è ricevuta l’offesa,  alla gravità del danno subito, al background culturale e ai gruppi sociali d’appartenenza (famiglia, amici, società).

Il processo del perdono sembra passare per diversi elementi, che non devono necessariamente seguire un certo ordine, ma possono essere ripetuti e sperimentati più e più volte prima di giungere allo stadio finale della concessione del perdono.

  • Una prima condizione è quella della piena espressione delle emozioni. Dopo aver subito un ingiustizia o una violenza, i sentimenti di rabbia, tristezza, dolore devono essere sentiti ed espressi in modo pieno e profondo. Si possono elicitare direttamente contro l’offensore o soltanto manifestarli in sfoghi personali.

  • La comprensione dell’evento, di cosa sia successo e perché, sono ulteriori step che possono essere affrontati diverse volte prima di riuscire a superare l’accaduto. La spiegazione non deve essere totalmente razionale, ma sembra utile trovare un certo schema in cui inserire l’evento; spesso l’accettazione che sia dovuto al caso è già una cornice sufficiente.

  • Il passo finale consiste nella decisione di perdonare, ossia nel decidere di non riprendere più in mano l’evento, di non riferirsi più al passato, di superare l’accaduto e di promettere a se stessi di smettere con i pensieri, le attenzioni, le ruminazioni riguardo al torto subito.

In psicoterapia, il perdono sembra essere un mezzo efficace per superare il risentimento, l’ansia e il senso di colpa (si parla anche di perdono verso sé stessi, anche se in questi casi si preferisce utilizzare il concetto di accettazione) e valido strumento per il trattamento di particolari gruppi di soggetti , come donne che hanno abortito, individui vittime di abusi sessuali, familiari di alcolisti o di disabili, coppie in crisi o separate, malati terminali.

E’ importante comunque evidenziare che il perdono potrebbe rivelarsi pericoloso in alcune situazioni interpersonali. L’inclinazione al perdono è dannosa quando si sviluppano relazioni amorose con partner abusanti ed aggressivi. In questi contesti, le vittime eccessivamente scusanti tendono a perpetrare la condizione di violenza. Anche il perdono va quindi utilizzato con alcune cautele.

Riferimenti:

McCullough M.E & Witvliet C., The Psychology of Forgiveness.

McCullough M.E. Forgiveness as human strength: Conceptualization, measurement and links to well-being. J of Soc and Clin Psychology, 19, 43-55.

FONTE:Il processo del perdono

Terapia di coppia

TERAPIA DI COPPIA.QUANDO FARLA?

terapia di coppia

Quando una coppia percepisce disagi relazionali e/o affettivi al proprio interno che non trovano una soluzione adeguata e che si mantengono nel tempo, le conseguenze possono essere molteplici: dal deterioramento della relazione di coppia, che diviene sempre più insoddisfacente, alla fine della relazione stessa.

 Per poter prevenire questi esiti negativi, una coppia può decidere di chiedere aiuto ad uno psicologo, al fine di intraprendere un percorso di coppia che possa sanare le problematiche relazionali e, di conseguenza, salvare il rapporto di coppia.
 
Non sempre però una terapia di coppia può essere utile solamente quando all’interno della coppia già esistono delle fragilità relazionali (infatti spesso le coppie arrivano in terapia “troppo tardi”), ma può essere un valido strumento per coppie che vogliono semplicemente migliorare la loro relazione e rafforzare il loro legame emotivo (senza quindi particolari problematiche relazionale e/o affettive).

In genere i disagi psicologici trattati in terapia di coppia riguardano problemi legati alla comunicazione, alla sessualità, al riconoscimento e alla soddisfazione dei propri bisogni o delle proprie esigenze, litigi e disaccordi, questioni economiche, infedeltà, gelosia o conflitti riguardo l’educazione dei propri figli.

Prima di iniziare una terapia di coppia viene fatta una valutazione globale da parte dello psicologo, attraverso colloqui individuali e di coppia e sovente mediante l’utilizzo di questionari o test specifici, di quelle che sono le problematiche presentate dalla coppia.

Successivamente vengono definiti gli obiettivi che la coppia vorrebbe raggiungere attraverso il percorso terapeutico ed infine il terapeuta propone l’intervento psicologico più adeguato rispetto al disagio presentato e alle esigenze della coppia.

Durante la terapia di coppia, i partners hanno la possibilità di discutere e confrontarsi con le proprie problematiche relazionali affinché vi possa essere maggiore comprensione e consapevolezza, di apprendere modalità comunicative, sessuali, emotive e affettive più adeguate ed infine di comprendere e accettare il partner così come le differenze esistenti tra di loro.

FONTE: Terapia di coppia

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